Omelia mons. Ferretti, basilica di Santa Fara in Bari, 26 settembre 2026
Fratelli carissimi,
oggi gioisce la Chiesa e nella gioia è anche l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Gioia perché il Signore continua a chiamare, a scegliere e a consegnare uomini al suo popolo perché siano segno della sua presenza, annunciatori del Vangelo, servitori della sua misericordia e ministri della carità. E oggi questa gioia ha tre volti: Alberto, Gianluca, Pierluigi. Tra poco sarete diaconi, scegliendo la strada del figlio che obbedisce e va a lavorare nella vigna del Padre; come indicato dal Vangelo di oggi.
Vorrei allora che, prima ancora di pensare a ciò che potrete fare come diaconi, vi fermaste davanti a ciò che Cristo vuole fare di voi. Perché il diaconato non è anzitutto una funzione, un incarico, una posizione nella Chiesa. È una consegna. È la disponibilità a lasciare che Cristo prenda la vostra vita e la trasformi in un servizio per il suo popolo. È la parola stessa διάκονος (diákonos) significa servitore. E questo è il primo grande messaggio che oggi il Vangelo vi affida: non diventare uomini che hanno più potere nella comunità dei credenti e neanche nel vostro ordine, ma uomini che imparano a servire di più.
Non vi viene consegnato un privilegio. Vi viene consegnata una missione. Non vi viene chiesto di stare sopra gli altri, ma in mezzo agli altri. Non vi viene chiesto di cercare il primo posto, ma di essere disponibili a occupare anche l’ultimo, là dove c’è bisogno di qualcuno che si chini fino a lavare i piedi, ascolti, accompagni, consoli e rialzi.
San Francesco comprese profondamente questa logica del Vangelo. Il suo cammino di conversione cominciò proprio quando scoprì che il Signore lo conduceva verso ciò che prima gli faceva paura: il lebbroso, il povero, l’uomo ferito, l’uomo che non conta. Come è noto nel suo Testamento del 1226 scrive: «Il Signore dette a me, frate Francesco, così di cominciare a fare penitenza: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia».
Notate quelle parole: «Il Signore stesso mi condusse». Francesco non si presenta come un eroe della carità. Si lascia condurre. Ed è questo che oggi la Chiesa chiede anche a voi. Alberto, Gianluca, Pierluigi, lasciatevi condurre.
Condurre verso le persone che il Signore metterà sulla vostra strada, chi avrà bisogno di una parola, di essere ascoltato, o bisogno semplicemente che qualcuno rimanga accanto a lui. Perché il diacono è l’uomo che si mette in cammino verso l’altro. È l’uomo che si fa prossimo. È l’uomo della soglia. Sta accanto all’altare con timore e non protagonismo, ma anche accanto alle ferite degli uomini. Annuncia il Vangelo, ma deve imparare ad annunciarlo anche con la propria vita. Serve nella liturgia, ma la liturgia deve diventare in lui per primo scuola di servizio.
Per questo il diaconato non può essere separato dall’Eucaristia. Voi servirete all’altare, ma dovrete imparare a riconoscere lo stesso Cristo che celebrate nell’Eucaristia nei fratelli che incontrerete. Il Cristo che riceviamo nel Pane è lo stesso Cristo che ci attende nel povero. È lui stesso a dircelo nel vangelo di Matteo al capitolo 25: non scordatelo mai!
Il Cristo che ascoltiamo nella Parola è lo stesso Cristo che ci parla attraverso le ferite degli uomini. Colui che adoriamo sull’altare è lo stesso che bussa alla porta della nostra vita attraverso chi ha bisogno di noi.
San Francesco, contemplando il mistero dell’Eucaristia, rimane sconvolto dalla piccolezza con cui Cristo si dona. Scrive: «Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile» (È la prima ammonizione di San Francesco sul corpo del Signore; FF221).
Questa umiltà di Cristo deve diventare la forma del vostro servizio. Cristo non salva imponendosi ma donandosi. Il Signore Gesù è in mezzo ai suoi discepoli «come colui che serve». Questa frase dovrebbe diventare una specie di programma per tutta la vostra vita.
Alberto, Gianluca, Pierluigi, da oggi servite coloro che vi saranno affidati. E soprattutto dovete imparare a servire senza aspettare di essere ringraziati. Perché il servizio cristiano non cerca applausi, non domanda riconoscimenti. C’è una santità nascosta che consiste nel fare il bene quando nessuno se ne accorge: è la più bella e dà molta letizia!
E forse questa è una delle forme più autentiche della minorità francescana. San Francesco non vi insegna a essere uomini importanti ma a farvi piccoli, minores. Dice Francesco di Gesù, «ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile» (FF221).
Fatevi minores. State tra i minores di questo mondo fino ad assomigliare loro, fino a sentirne l’odore. L’odore dei poveri, degli immigrati, dei carcerati. O come indica il Vangelo di oggi, “delle prostitute e dei peccatori” che ci passeranno avanti nel Regno!
Troverete in verità in questo abbassamento grande letizia. Questa è la minorità. Farvi piccoli e così far crescere il Signore nella vita di tanti e la sua giustizia nella società.
Per questo, Alberto, Gianluca, Pierluigi, custodite il vostro cuore, dalla tentazione di essere riconosciuti, di sentirvi importanti, dalla tentazione di misurare il valore del vostro servizio dai risultati che ottenete.
Ci saranno persone che vi ringrazieranno, altri che non si accorgeranno nemmeno del bene che avete cercato di fare. Ci saranno momenti nei quali vedrete frutti. E altri nei quali vi sembrerà di seminare senza raccogliere.
Non abbiate paura. Il servo non misura la propria gioia dall’intensità di un applauso o dal click di un like. E quando vi sentirete stanchi, tornate all’Eucaristia. Tornate a stare al lato dell’altare dove da oggi è il vostro posto.
Quando vi sentirete soli, tornate alla fraternità. Questo è anche il senso del celibato. Rinunciare ad una vostra famiglia per fare famiglia con i fratelli e i minores. E quando, accadrà, non saprete più cosa state facendo e perchè, tornate semplicemente a Cristo. Alla sua Parola, alle preziose pagine della Bibbia che oggi vi è solennemente consegnata.
Sul finire della sua vita mortale, frate Francesco chiese il diaconato. Non abbiamo fonti su questo. Solo racconta Tommaso da Celano che la notte di Natale del 1223 tutto era pronto a Greccio per il presepio e Francesco pieno di letizia cantò il Vangelo e tenne una meravigliosa esortazione al popolo. I presenti erano pastori, poveracci. Per loro e non per i signori Francesco cantò e fu diacono. Non volle mai essere ordinato sacerdote per il grande rispetto che aveva per loro, ma accettò il diaconato per viverlo tra i minores e solennemente predicare. Se Dio vorrà, voi sarete un giorno sacerdoti per il popolo santo di Dio ma non dimenticate mai che Francesco era diacono e voi lo dovrete essere per sempre.
Il saio che vestite, povero e semplice, è in realtà più nobile di una pregiata veste di seta, perché è l’abito del Povero di Assisi e di Padre Pio da Pietralcina. Quando passa un Frate Cappuccino, per strada, in carcere, in ospedale, tutti si sentono più avvinati a Dio perché passa l’uomo della Misericordia. Sentite, vi esorto, questa responsabilità e portatela con orgoglio e dignità.
Vestendo il saio e sopra la dalmatica, fratelli, pensate sempre al vostro padre Serafico e conformatevi alla vita di quel Signore del quale lui è stato chiamato Alter Christus. Questa sia la vostra letizia e la vostra benedizione. Amen.