
L’Arcidiocesi di Foggia-Bovino, eretta il 30 settembre 1986, si estende su un territorio di 1.667 chilometri quadrati nel quale ricadono città, borghi e comunità che nei secoli hanno costruito una storia profondamente intrecciata con quella della Chiesa.
Ogni comune conserva tracce di un passato fatto di fede, arte, tradizioni, trasformazioni sociali e vicende che hanno attraversato generazioni. Chiese, santuari, confraternite, feste patronali e antichi luoghi di culto raccontano ancora oggi il legame tra le comunità e il territorio, restituendo il volto di una storia che continua a vivere nel presente.
In questa sezione è possibile conoscere la storia dei comuni che fanno parte dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino: un viaggio attraverso le origini e le vicende storiche dei singoli centri, alla scoperta delle loro identità, dei luoghi più significativi e delle testimonianze che il tempo ha consegnato alle comunità.
Un patrimonio diverso e ricco, nel quale ogni paese rappresenta un tassello della storia dell’Arcidiocesi e contribuisce a comporre il mosaico di un territorio unito da una lunga e comune tradizione.
FOGGIA
Cenni storici e religiosi
Da Arpi, città famosa al tempo dei romani, Foggia trasse le sue prime origini, ma non l’onore di essere sede vescovile, come lo era stata Arpi, sin dal II-IV secolo. Infatti tra i padri del Concilio di Arles nel 314, era presente anche Pardo, vescovo di Arpi.
Le petizioni alla Santa Sede perché Foggia diventasse Sede Vescovile risalgono al XII secolo e sono ripetute fino al XVIII secolo. La prima domanda la fece re Tancredi nel 1190 a papa Clemente II e a Celestino II; le ultime sono di re Ferdinando I e di mons. Antonino Monforte a Pio VII, e di Ferdinando II a Pio IX, nel 1854. Il 25 giugno 1855 il papa Beato Pio IX, con bolla pontificia Ex hoc Summi Pontificis erigeva la Diocesi di Foggia, dichiarandola immediatamente soggetta alla Santa Sede.
Il 2 febbraio 1856, mons. Innocenzo Iannuzzi, vescovo di Lucera, suddelegato dal Nunzio Apostolico presso il Re di Napoli, Mons. Innocenzo Ferrieri, in cattedrale proclamò ufficialmente l’istituzione della nuova diocesi, il cui primo vescovo venne eletto da Pio IX il 24 febbraio 1856, nella persona di Bernardino Maria Frascolla del clero di Andria.
Al tempo della sua istituzione la Diocesi di Foggia contava circa 50.000 abitanti e otto parrocchie, di cui cinque a Foggia (Cattedrale, S. Giovanni Battista, S. Francesco Saverio, S. Tommaso, S. Michele Arcangelo) e tre a S. Marco in Lamis (Collegiata, S. Antonio Abate, S. Bernardino).
Il 30 aprile 1979, Giovanni Paolo II, in seguito alla soppressione della Regione Beneventana, istituì la nuova Provincia Ecclesiastica di Foggia; e Foggia, dopo 124 anni dalla sua erezione fu elevata a Sede Arcivescovile metropolitana con sette diocesi suffraganee (Manfredonia-Vieste, Troia, Lucera, San Severo, Bovino, Cerignola e Ascoli Satriano).
Il 30 settembre 1986, con decreto della Congregazione dei Vescovi l’Arcidiocesi Metropolitana e l’antica diocesi di Bovino vengono unificate nella nuova Arcidiocesi Metropolitana di Foggia-Bovino, avendo come Diocesi suffraganee: Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo, Lucera – Troia, San Severo, Cerignola – Ascoli Satriano.
Il nuovo Arcivescovo di Foggia-Bovino è mons. Salvatore de Giorgi, poi creato Cardinale di Santa Romana Chiesa. Fa visita all’arcidiocesi e alle Diocesi di Capitanata Giovanni Paolo II dal 24 al 26 maggio 1987. La Chiesa di Foggia-Bovino celebra il suo primo Sinodo diocesano nel 1998-1999, per intuizione dell’Arcivescovo mons. Giuseppe Casale.
Il 18 giugno 2016, presso il Santuario dell’Incoronata di Foggia, viene dichiarata beata la venerabile Madre Celeste Crostarosa, sepolta nel monastero del SS. Salvatore, dal Cardinale Angelo Amato, delegato da Sua Santità Papa Francesco.
Nel maggio del 2025, il Sacro Tavolo dell’Iconavetere viene portato presso i laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per un restauro, attualmente in corso.
BOVINO
Cenni storici e religiosi
Città di antichissima erezione, fondata dalle primitive genti dauno-japigie (o da genti irpine o sannitiche). Fu ellenizzata all’epoca della Magna Grecia; coniò moneta propria ed ebbe florido commercio con le vicine città daune e irpine. Partecipò alle guerre sannitiche e nel 318 a.C. fu assediata e distrutta dall’esercito romano.
Gli stessi Romani la riedificarono, data la sua importanza strategica. Rimase fedele a Roma, quando nel 217 a.C. Annibale invase l’Italia col suo esercito. Dopo la guerra sociale, nell’89 a.C. divenne prima colonia e poi municipio romano. In quest’epoca fu denominata Vibinum; aveva prestigio e prosperità. Era ben fortificata da mura torrite con tre porte: porta maggiore a sud, porta piccola a est e la portella a nord.
Raggiunse il massimo splendore nel periodo imperiale, dal 30 a.C. al 476 d.C., ma attraversò un periodo di decadenza durante le invasioni barbariche. Costante II per contrastare l’invasione dei Longobardi distrusse la Città, che, successivamente ricostruita, passò sotto il governo dei Greci. Nel 967 fu assalita e bruciata dai Saraceni e nel 1046 fu assediata e distrutta da Drogone, che sulle rovine dell’antica rocca costruì il Castello. Ucciso Drogone nel 1051, Bovino divenne feudo dei Loretello, che, da Roberto I fino a Roberto III, me governarono la città e il suo territorio per circa 150 anni. Dal 1182 al 1269 passò al Real Fisco.
Nel 1269 tornò feudo di diversi Signori: Bertrand de’ Reali, Jacopo, Giovanni e Rostaino Cantelmo. Dopo il 1410 fu Signoria della famiglia De Dudreis, di Marino Boffa e della moglie Giovanna Estendardo, il cui casato governò Bovino fino al 1528. Poi, Carlo V la donò a Luigi Rama, che governò solo per tre anni. Dal 1531 al 1563 tornò possesso del Real Fisco. Nel 1563 Bovino divenne proprietà e signoria dei Duchi Guevara, che la ressero per ben tre secoli. I Guevara, originari della Navarra, erano una delle più illustri famiglie di Spagna, fecero residenza nel Castello di Bovino, dove ospitarono sovrani, principi, principesse e Cardinali, ma anche uomini di cultura ed artisti. Uno dei Guevara, Inigo Valez, fu Vicerè di Napoli.
Giovanni Guevara nel 1651 creò nel Castello una vasta e ricca biblioteca e nel 1680 costruì il ponte sul Cervaro e il Palazzo di Torre Guevara come soggiorno nel periodo di caccia. Il feudo dei Guevara si estendeva, nella Provincia di Foggia, fino ai confini del Comune di Foggia e nell’Irpinia, fino ai confini di Ariano. I Duchi Guevara durarono anche dopo la costituzione del Regno Unitario, offrendo preziosi servigi allo Stato. Prospero Guevara-Suardo fu deputato al Parlamento Italiano. Il fenomeno del brigantaggio che imperversò nelle nostre terre già nella metà del XVI secolo, rese insicure le contrade di Bovino negli anni sessanta del secolo scorso: la cronaca dell’epoca racconta gravi atti di criminalità commessi da spietati briganti. Col Regno Unitario, anche Bovino, come tanti Comuni, uscì dalla condizione feudale, assumendo la propria autonomia amministrativa, ma le condizioni economiche restarono precarie.
Tanti, già alla fine del secolo scorso, decisero emigrare al Nord e all’estero, in cerca di migliori fortune: fenomeno che si ripetè dopo il primo e il secondo conflitto mondiale. La vita cittadina andò via via migliorando sotto l’aspetto sociale con l’istituzione dei servizi pubblici. Fu istituita la Scuola Elementare, che consentì a tutti ciò che l’antichissimo Seminario Vescovile poteva consentire solo a pochi. Nel 1960 gli Uffici del Comune furono trasferiti nella nuova sede in Via Soldato Leggieri. Oltre la Scuola Media inferiore, nel 1964 fu istituito presso il Palazzo Ducale il collegio femminile, aperto alla formazione delle figlie degli emigrati, fortemente voluto dal Can. Mons. Carlo Franco. Il Collegio, dotato di Scuola Superiore legalmente riconosciuta, consente di conseguire il diploma di Ragioneria e di Scuola Magistrale.
Più tardi, negli anni ’70, furono istituite sezioni staccate delle Superiori statali di Liceo classico e dell’Istituto Professionale. Da trent’anni si va verificando un certo incremento abitativo in zona periferica al centro storico, non dettato, però, da crescita demografica: si desidera abitare in case più spaziose e comode. Oltre Vescovi e uomini illustri per nobiltà, cultura e munificenza, che hanno segnato e segnano tuttora la crescita religiosa, culturale e sociale della Città (scrittori, poeti, storici e musici), Bovino conta monumenti d’arte e testimonianze storiche di epoche remote, come i ruderi dell’acquedotto romano, in località Nocelleto, e la raccolta di preziosi reperti, custodita ed esposta nel Museo civico. Vi è anche un Museo d’armi, realizzato dal collezionista Renato Procaccini.
Diocesi di antichissima istituzione, Bovino conta, tra i circa 70 Vescovi che l’hanno pastoralmente governata, uomini di cultura e di santità che hanno contribuito non poco alla crescita civile e religiosa non solo di Bovino ma anche delle città della Diocesi.
All’inizio la Diocesi era formata da Bovino e dai casali e oppidoli appartenenti al suo territorio, poi andò via via comprendendo nuove terre e nuovi centri abitati: Accadia, Castelluccio dei Sauri, Deliceto, Montaguto che passò alla Diocesi di Ariano, Panni, S. Agata (di Puglia), Montellare e Monte Pisio. Col tempo Montellare e Monte Pisio scomparvero anche geograficamente. Ultimamente, dal 1.1.1978, in forza del nuovo assetto delle Diocesi, Monteleone di Puglia dalla Diocesi di Ariano è passata a far parte della Diocesi di Bovino.
Tra i Vescovi meritano particolare richiamo Gisone, che agli inizi del XII secolo fece riedificare la Chiesa di S. Pietro per farne sede di una seconda parrocchia; Roberto III e Pietro I che fecero ricostruire il Duomo distrutto da Drogone; Giovanni Battista che nel 1266 eresse il Santuario di Valleverde. Eccellono per santità, oltre S. Marco di Eca, il Beato Mons. Antonio Lucci (1729-1752), Mons. Nicola Molinari (1782-1792) e Mons. Alessandro Cantoli (1871-1884) che ebbe il merito di dare nuovo impulso al secolare Seminario Vescovile.
Tra gli edifici sacri, oltre le chiese parrocchiali, Bovino conta la chiesa della SS. Annunziata (ex S. Andrea) eretta nel XIV secolo, sede dell’omonima Confraternita, la chiesa del SS. Rosario (la prima chiesa fu costruita dal Vescovo Roberto III nel 1205), custodita un tempo dai Padri Domenicani, la chiesa di S. Francesco, eretta nel 1427 inizialmente affidata ai Frati Minori Conventuali, la chiesa di S. Maria delle Grazie e dei Morti, dove si venerano le reliquie di S. Celestino Martire, la chiesa di S. Maria della Pietà del 1800, la chiesa di S. Maria del Carmine, costruita nella prima metà del XVII secolo insieme al Convento dei Gesuiti, in seguito, nel 1636 passato ai Carmelitani: vi ha sede l’omonima Confraternita.
Sedi delle altre Confraternite sono la Cattedrale per quella del SS.mo Sacramento e di S. Marco, S. Maria per quella della Buona Morte e il SS. Rosario per l’omonima Confraternita. Era numerosa nel passato la presenza dei Religiosi: Gesuiti, Carmelitani, Frati Minori Conventuali, Frati Cappuccini, Cistercensi, Frati Minori Osservanti, Passionisti; attualmente operano in Bovino due Comunità religiose femminili, le Suore Figlie di S. Anna, che gestiscono la Scuola Materna, e le Suore Apostole del S. Rosario, che svolgono attività educativa presso il Castello Ducale. L’unica Comunità religiosa maschile presente è quella dei Padri Vocazionisti, che dal 1929 curano le attività del Santuario di Valleverde.
La scarsa presenza di comunità religiose coincide da tempo con la scarsità di vocazioni. Nel 1963, dato l’esiguo numero di alunni nel Seminario Vescovile, Mons. A. Pirotto Vescovo di Troia e Amministratore Apostolico di Bovino, decise la chiusura del Seminario e trasferì i pochi alunni di Media inferiore al Seminario Vescovile di Troia.
Il Clero diocesano, così numeroso in passato, oggi è ridotto al minimo e la cura pastorale nelle diverse parrocchie è già un gravissimo problema. Lo stesso Capitolo Cattedrale è formato da pochissimi Canonici, per altro impegnati come Parroci. Cessata l’attività formativa degli aspiranti al Sacerdozio, continuò con particolare impegno quella dei ragazzi e dei giovani nelle associazioni parrocchiali.
Lo zelo e la carità del Clero locale andò oltre, quando nel 1960, messo in vendita il Castello Ducale, suggerì al generoso e colto Presule Mons. R. Luisi, l’acquisto del Castello, per destinarlo a Collegio-Convitto per ragazze, figlie di emigrati. Il suggerimento fu accolto e per reperire i fondi necessari per l’acquisto del castello e per i lavori di restauro e di adattamento, Mons. Luisi si recò negli Stati Uniti per fare appello alla generosità di amici ed emigrati, che gli permise di concludere felicemente l’affare.
L’atto di acquisto fu rogato l’11.3.1961 dal Notaio Silvio Nobili. Nel settembre del 1963 giunsero a Bovino le Suore Apostole del S. Rosario, provvisoriamente alloggiate nei locali del Seminario, chiamate per assicurare alle ragazze del Collegio la formazione scolastica e religiosa. Dopo i necessari lavori di restauro e di ristrutturazione dei locali del Castello, nel settembre-ottobre 1964 si inaugurò l’attività scolastica. Iniziatore e guida spirituale di detta opera educativa ed assistenziale fu ed è tuttora Mons. Carlo Franco. Durante il Concilio Vaticano II, nel 1963, col trasferimento di Mons. R. Luisi dalla Sede Vescovile di Bovino e quella di Nicastro, la Diocesi di Bovino, conservando la sua autonomia, fu amministrata da Mons. A. Pirotto, Vescovo di Troia e, dopo Mons. Pirotto, con la Diocesi di Troia, fu amministrata dal Vescovo di Foggia, Mons. G. Lenotti, collaborato da Mons. Mario De Santis, Vescovo Ausiliare.
Questo stato di cose: tre Diocesi unite “ad personam” durò fino al 30.9.1986, quando, col Decreto della Congregazione per i Vescovi, furono ridefinite le Diocesi d’Italia; con quel Decreto fu costituita la nuova Arcidiocesi, formata dalla piena unione dell’Arcidiocesi di Foggia e della Diocesi di Bovino: Arcidiocesi di Foggia-Bovino. Ai primi degli anni ’90, con i fondi del Provveditorato Regionale alle OO.PP. per la Puglia, furono eseguiti lavori di ripristino del cassero e della cinta muraria del Castello Ducale di Bovino, affidati alla impresa edile Masciandaro Bruno Savino di Gravina di Puglia, sotto la direzione tecnica dell’Ing. Antonio Guerrieri.
I lavori furono estesi successivamente anche al restauro dell’Episcopio, come parte integrante del castello. In quell’occasione il comune di Bovino provvide alla sistemazione del piazzale antistante all’ingresso del castello. Nell’Episcopio, sede estiva dell’Arcivescovo, vi sono l’Archivio storico e la Biblioteca diocesana. Il 1° agosto 1998 è stato inaugurato il giardino pensile del Castello Ducale, la cui cura è stata affidata a una cooperativa di giovani.
SAN MARCO IN LAMIS
Cenni storici e religiosi
La storia di tanti centri abitati del Gargano è remotamente legata all’apparizione dell’Arcangelo S. Michele avvenuta verso il 490 d.C. e successivamente, verso la fine del primo Millennio cristiano, dalla necessità di trovare scampo sui monti per quanti abitavano nei centri della pianura devastati e distrutti da invasori bizantini, saraceni, normanni. Dall’antica città di Arpi, distrutta verso la fine del X secolo, molti Arpani trovarono scampo sulle alture del Gargano.
Prima dei centri abitati, sul Gargano, a partire dal secolo VIII, c’è il Monastero Benedettino. Fu in quel secolo che un ospizio per pellegrini, sito lungo la Via Sacra Langobardorum che portava alla Grotta dell’Angelo, fu trasformato in maestoso Monastero abbaziale della Comunità dei Benedettini, detto di S. Giovanni (Battista) de Lama o in Lamis, che nel 1008 il Catapano Curena dichiarò Badia nullius dioeceseos.
La stima che i Monaci godevano, considerati modelli di pietà e di intelligente operosità, era ragione di benefiche elargizioni, che iniziate dai Longobardi si fecero più consistenti sotto il dominio dei Bizantini e dei Normanni. Ai Monaci si riconosceva un importante ruolo amministrativo, oltre che religioso e culturale, che assicurava non solo tranquillità economica alla Comunità monastica e a quanti erano a suo servizio per la coltivazione dei campi e per la pastorizia, ma anche il possesso integro della proprietà.
Nel 1176 Guglielmo II, Re di Sicilia e d’Italia, elargendo ulteriori privilegi all’Abbate Gualtiero di S. Giovanni di Lama, gli confermò la dipendenza amministrativa di numerose chiese, casali e abitanti, tra cui la chiesa e il Casale di S. Marco in Lamis con i suoi abitanti.
Il piccolo borgo formato da poche famiglie e da centinaia di abitanti risale certamente agli inizi del II Millennio. Via via nel tempo assunse la forma di centro abitato. Con le Costituzioni di Melfi del 1231, l’Imperatore Federico II sottrasse ai Monaci il potere amministrativo dei beni appartenenti all’Abbazia per affidarlo a ufficiali da lui stabiliti. Tale nuova situazione gestionale perdurò anche nel periodo Angioino, ferma restando nelle mani dei Monaci la cura spirituale dei Casali.
Intanto, aperti dissensi tra i monaci e irregolarità nell’elezione del loro Abate si verificarono nella Comunità monastica di S. Giovanni fin dall’inizio del 1200, tanto da richiedere l’intervento di vari Pontefici, Onorio III nel 1218, Gregorio IX nel 1234 e Martino IV nel 1282. L’ultimo intervento fu quello di Papa Clemente V che con Bolla del 20.2.1311 decise l’incorporazione del Monastero di S. Giovanni di Lama alla Abbazia Cistercense di Casanova e all’Abate Giovanni di Modena, ultimo Abate benedettino, subentrò l’Abate cistercense Giovanni di Offida. Il governo dei Monaci cistercensi fu di breve durata, giacché nel 1320 Papa Giovanni XXII, scoperta l’infondatezza delle ragioni che fecero decidere Clemente V a operare il cambio di guardia al Monastero di S. Giovanni di Lama, affidava in commenda all’Arcivescovo di Siponto il Monastero, le proprietà e gli abitanti del Casale di S. Marco de Lama, commenda che Matteo di Siponto continuò a conservare anche quando divenne Cardinale. Dopo Matteo di Siponto, l’Abbazia passò da un Abate commendatario all’altro. La commenda che il Pontefice attribuiva a sacerdoti e laici benemeriti garantiva l’amministrazione dei beni e la fruizione a vita delle rendite da parte dell’Abate commendatario.
Il 14.2.1578, con approvazione di Papa Gregorio XIII, il monastero fu ceduto ai Frati Minori Osservanti, già presenti nel vicino convento di Santa Maria di Stignano da circa vent’anni (il convento di Stignano fu realizzato nel 1560). Tale cessione fu voluta dall’Abate D. Vincenzo Carafa, Cavaliere dell’Ordine di Malta, per salvare il monastero dalla fatiscenza e assicurargli, con la presenza dei Frati, nuova vitalità e funzione spirituale.
Ceduto il Monastero ai Frati Minori, l’Abate Commendataro trasferì la sede Badiale nel centro abitato di S. Marco in Lamis a poca distanza dalla Chiesa della SS.ma Annunziata (attuale sede del Comune).
Nel 1587 il cronista Francesco Gonzaga diceva che ai suoi tempi il Convento di S. Giovanni era chiamato anche Convento di S. Matteo, per la presenza di una reliquia dell’Evangelista, proveniente da Salerno, dov’è custodito il corpo del Santo sin dal 954.
Durante il regime commendatario è da ricordare l’Abate Card. Antonio Pignatelli, napoletano, divenuto Papa Innocenzo XII (1691-1700) e tra gli Amministratori Apostolici, il Beato Antonio Lucci, Vescovo di Bovino, incaricato da Papa Clemente XII nel 1731.
Con l’avvento del Regno Borbonico (1734-1860) e precisamente nel 1782, la Badia di S. Marco in Lamis venne dichiarata di Regio Patronato e cessò così il regime commendatario col conseguente passaggio dei benefici al Collegio Canonicale.
Con sentenza feudale del 1793 S. Marco in Lamis, che già dal 1559 godeva del titolo di Universitas o Comune, divenne Civitas.
Sotto l’aspetto amministrativo ecclesiastico, l’Abbazia nullius di S. Marco in L., retta dal Canonico Arciprete nullius della Collegiata, conservò la sua autonomia fino al 1818, anno in cui il Pontefice Pio VII stabilì che la Badia fosse amministrata dall’Arcivescovo di Manfredonia.
Sotto l’aspetto demografico, S. Marco in L. nel giro di quasi due secoli da 3000 abitanti nel 1648 passò a 14.500 nel 1814. Documenti statistici attestano che nel 1921, anche in ragione del rifiorire dell’attività agricola e artigianale, la Città raggiunse oltre 22.000 abitanti. Anche il Clero locale crebbe numeroso, assicurando assistenza spirituale agli abitanti via via che la Città andava arricchendosi di nuove strutture parrocchiali. Negli anni sessanta del secolo scorso si contavano 63 sacerdoti e la Città aveva tre parrocchie: l’Annunziata, S. Antonio Abate e S. Bernardino; queste ultime sorte come vicarie dipendenti dalla prima rispettivamente nel 1724 e nel 1804. Oltre che di vocazioni sacerdotali S. Marco in L. era anche un vivaio di vocazioni religiose nei vari Ordini e Congregazioni.
Quando Pio IX nel giugno del 1855 eresse la Diocesi di Foggia, il territorio di S. Marco in L. fu unito a quello di Foggia, staccandolo dall’Arcidiocesi di Manfredonia. Molti Sacerdoti di S. Marco, in obbedienza alla volontà dei Presuli, si trasferirono nel Capoluogo per mettere a servizio della Diocesi e delle parrocchie di Foggia il loro talento e il loro zelo. Disponibilità tuttora riscontrabile.
Sempre negli anni sessanta del secolo scorso si verificarono avvenimenti di natura politica e di ordine pubblico assai incresciosi, sebbene di breve durata. Politicamente, i cittadini di S. Marco, nella maggioranza, non furono entusiasti del regime dello Stato Unitario: molti invocavano il ritorno del Regno borbonico. In questo stato d’incertezza politica imperversò il fenomeno del brigantaggio che gettò nel panico e nell’insicurezza l’intera città di S. Marco ed altri centri del Gargano.
È da quegli anni che iniziò, perdurando fino a qualche decennio fa, il fenomeno dell’emigrazione all’estero, dettata dalla scarsissima possibilità di occupazione in loco e, in coincidenza, dagli oneri fiscali imposti dallo Stato e dal Comune, che rendevano oltremodo precaria la situazione economica di tantissime famiglie.
Negli anni trenta di questo secolo, per lo sviluppo demografico e abitativo della Città, Mons. Farina, premuroso di assicurare una più adeguata assistenza spirituale, eresse nuove parrocchie: S. Maria delle Grazie nel 1936, Immacolata di Lourdes a Borgo Celano (già Vicaria Curata dal 1916) nel 1937 e l’Addolorata nel 1938. Più tardi, nel 1947, eresse la Parrocchia di S. Giuseppe.
La città, già segnata dall’attività agricola, artigianale e della pastorizia, ha, particolarmente negli ultimi due secoli, raggiunto traguardi di civile progresso con la presenza attiva di liberi professionisti, di uomini di cultura, di politici e responsabili amministratori della cosa pubblica, di artisti, oltre che di Sacerdoti, religiosi e religiose, che con le loro specifiche competenze hanno concorso alla crescita civile, sociale e religiosa dell’intera comunità cittadina. Dicono tutto questo anche le strutture scolastiche, sanitarie e di assistenza, vive ed operanti tuttora.
In questi ultimi anni, però, come riscontrato un po’ ovunque, anche S. Marco soffre della scarsità di vocazioni e da oltre 70 preti, agli inizi di questo secolo, ora vi sono solo sette, di cui tre anziani e quattro più giovani dediti alla cura pastorale nelle parrocchie. Dal 1976 si è verificata per la prima volta la presenza di qualche sacerdote del Capoluogo, inviato come parroco alla guida della comunità di S. Bernardino fino al 1995 e della comunità di S. Giuseppe dal 1995 a tutt’oggi.
A completare il quadro storico di S. Marco in L. dal punto di vista religioso e sociale occorre ricordare le associazioni laicali delle Confraternite, sorte a scopo di culto e di beneficenza: quella del SS.mo Sacramento eretta nel 1623 con sede nella Collegiata; del S. Rosario, anch’essa eretta nel 1623 con sede iniziale nella Collegiata, poi nella Chiesa di S. Maria delle Grazie, dopo che la Collegiata fu semidistritta dal terremoto del 1837; la Confraternita del Purgatorio sorta nel 1665 con sede nella Chiesa del Trionfo del Purgatorio; la Confraternita del Carmine sorta nel 1712 con sede in S. Antonio Abate; l’Arciconfraternita dell’Addolorata del 1747 con sede nella Chiesa dell’Addolorata; la Confraternita di S. Giuseppe sorta nel 1802 con sede in S. Giuseppe.
Anche gli istituti di Credito meritano di essere menzionati perché dimostrano creatività e solidarietà espresse in tempi di particolare bisogno. In ordine di tempo: il Monte di Pietà “Del Vasto”, il più antico; i Monti uniti di Pietà del 1587, gestiti da probi viri scelti dal Comune; il Monte Frumentario del 1831, gestito dal Sindaco pro tempore.
Circa l’edilizia sacra, oltre le chiese parrocchiali, S. Marco conta la Rettoria del Purgatorio eretta nella prima metà del ’600 da Angelo Pupillo, che fondò la Confraternita omonima, la Rettoria del S. Cuore (ex S. Chiara) fondata nel 1747 dagli eredi di D. Tommaso Sassano, esecutori testamentari della volontà di D. Tommaso, è, la più recente Chiesa succursale S. Paolo, fatta erigere da Mons. Paolo Carta e inaugurata nel 1960, sita nella zona “Casarinelli”.
Oltre il Convento di S. Matteo, rimasto pressoché inalterato nella sua forma e struttura, ma ristrutturato nei locali interni durante gli anni ’70 e dotato di una ricchissima Biblioteca, c’è, a poca distanza da S. Marco, sulla strada per S. Severo, il Convento di S. Maria di Stignano, interessante costruzione del ’500, con Chiesa e chiostro maggiore di architettura rustica e quello minore d’ispirazione bramantesca. Il Convento di Stignano, pur appartenendo al Comune di S. Marco in L., faceva parte della Diocesi di S. Severo, ora, per Decreto della Congregazione per i Vescovi del 1.1.1994, fa parte dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino.
La presenza delle Religiose a S. Marco risale agli inizi di questo secolo. Dal 1900 le Suore Riparatrici del S. Cuore assicurano l’assistenza nell’Orfanotrofio “S. Giuseppe” e dal 1979 operano nel-l’Istituto “Madre Isabella De Rosis” di proprietà delle Parrocchie Collegiata, S. Antonio Ab. e S. Bernardino, costruito su suolo donato dal Can. Centola (atto Notar Ciavarella del 9.1.1918) a scopo educativo.
Dal 1937 le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo assicurano assistenza agli infermi degenti presso l’Ospedale civile e dal 1959 curano l’assistenza agli anziani e ai bambini poveri presso l’Opera Pia “Gravina”, fatta costruire da Mons. Farina, esecutore testamentario delle volontà delle sorelle Michelina ed Eugenia Gravina e del Sig. Emanuele Serrilli.
ACCADIA
Cenni storici e religiosi
Il borgo di Accadia, il cui nome deriva dalle parole Akidea (Gran Madre Akka) raffigurata in pietra troiana detta Idea, era costituito originariamente da un nucleo di famiglie di pastori dardani o illirici, trapiantati nell’Italia meridionale sui monti dauni-irpini, durante il dominio ellenico nella Magna Grecia. Con Akidea vi era anche Accua, cittadina sorella della prima; ebbero storia comune nella guerra contro Roma, alleandosi con Annibale.
Delle due solo Accua viene ricordata, quanto Quinto Fabio la espugnò nel 213 a.C., ma dopo la Guerra Sociale, dell’antica Accua non si hanno più notizie. Durante l’Età Imperiale, il Subappennino Dauno-Irpino rivisse l’unità originale per essere unica realtà politica e amministrativa. Questa unità finì quando la Daunia divenne dominio bizantino e l’Irpinia cadde sotto quello Longobardo.
Se nell’antichità classica si tace di Accua, continua invece la storia di Accadia, ubicata nelle vicinanze della “Statio ad Matrem magnam”, sulla Via Erculea, successivamente detta “Statio” di S. Maria dei Teutoni, in contrada “a Limet (a) ra” (traduzione di “ad Demetram”, altro nome di Mater magna). Con l’espansione del Cristianesimo, Accadia abbandonò il culto pagano e i riti misterici per assumere la Fede il Culto cristiano.
Nel Medio Evo fu dalla parte dell’Impero Bizantino, contro i Longobardi Beneventani, che dominavano fino a S. Agata, con cui Accadia ebbe secolare rivalità. Dal III al IX secolo apparteneva all’Irpinia; dagli inizi del IX secolo fece parte della Daunia: ne fa fede la sua appartenenza alla Diocesi dauna di Bovino.
Nel periodo Normanno, appartenne alla Contea di Roberto di Basville dei Conti di Loretello, che, anche per opportunismo politico, concorse all’estensione della Diocesi di Bovino, verso cui si mostrò munifico. Nel periodo Svevo, Accadia mal sopportò la politica di Federico II e di Manfredi, apertamente ostile al Papa e opportunisticamente favorevole al mondo islamico: i Saraceni, portati in Puglia da Federico II, avevano la loro roccaforte nella città di Lucera.
Quando Carlo d’Angiò venne in Italia per porre fine al dominio svevo, Accadia si schierò dalla sua parte, ma dovette, come tanti centri e casali, subire le incursioni dei Saraceni, sollevatisi contro Carlo d’Angiò. Dopo un breve periodo, durante il quale da Castello autonomo divenne Casale di Trevico, Baronia di Flumeri, il primo Signore angioino fu Adam de Bruyers.
Nel 1343, la Regina Sancia vendette la Baronia a Raimondo del Balzo e Accadia seguì le vicende della Baronia, di cui era Casale. Nel 1375, Nicola del Balzo Orsini, nipote di Raimondo dette inizio al dominio feudale. Nel 1456 Accadia subì grave danni a causa del terremoto. In questo catastrofico frangente andò distrutta Acquatorta, un castrum accomunato nelle vicende storiche con Accadia. Il 1462 è una data memorabile per gli Accadiesi: si opposero strenuamente ed eroicamente all’invasione degli Aragonesi, ma furono sopraffatti dalle ingenti forze nemiche; la città, presa d’assedio, fu incendiata e gli abitanti furono decimati.
La porta bronzea del Maschio Angioino di Napoli, in due riquadri, raffigura episodi dell’eroica resistenza di Accadia all’assalto degli Aragonesi: “Aquadiam fortem cepit rex fortior urbem, Andegavos pellens viribus eximiis”. Nel 1488 Accadia rinacque come feudo di Federico d’Aragona, figlio di Ferrante, che l’arricchì di benefici e gli assegnò l’agro e gli abitanti della distrutta Acquatorta. Nel 1496 ci fu permuta tra feudi e, dopo Federico, governarono Accadia altri Signori: Brancaccio, De Azzia, De Stefano, Lantaro-Caracciolo.
Nel 1667 Giuseppe Recco ottenne per il feudo di Accadia il titolo Ducale e, non avendo erede diretto, passò il Ducato al nipote Fabrizio Dentice. Il Casato Dentice, che ebbe Signoria fin dal 1719, durò nel governo di Accadia fin oltre la caduta del Regno Borbonico per concludersi, durante gli inizi del Regno Unitario, con Fabrizio III, nel 1878. Durante la Signoria di Fabrizio II, che ebbe a subire per alcuni anni la pena del confino per le sue idee filogiacobine, gli Accadiesi segnarono notevoli progressi sotto l’aspetto economico, culturale e politico.
Con l’avvento del Regno Unitario, il 17.2.1861 Accadia fu riaggregata all’Irpinia; prima, infatti, per decreto di Gioacchino Murat del 1811, faceva parte della Capitanata, a cui tornò a far parte definitivamente il 1.2.1928. Un primo esodo di Accadiesi, emigranti verso le Americhe per ragioni economiche e di lavoro, avvenne tra la fine dell’800 e gli inizi di questo secolo.
Il fenomeno migratorio determinò un certo calo demografico. Durante il ventennio fascista, per la politica demografica del regime, la popolazione di Accadia crebbe fino a raggiungere circa 6000 abitanti. Dopo il secondo conflitto mondiale, riprese l’emigrazione che ebbe come mete Foggia, il Nord Italia e le nazioni estere.
L’attività caratterizzante la vita dei primi abitanti di Akka Idea era la pastorizia; in seguito prevalse quella agricola e dal ’600 si sviluppò l’artigianato. Oggi sono prevalenti le attività professionali, commerciali e impiegatizie. Nel primo periodo di appartenenza alla Capitanata, Accadia ebbe funzioni amministrative e dopo l’Unità d’Italia vi ebbe sede il Corpo delle Guardie nazionali e successivamente la stazione dei Carabinieri.
Dal 1917 al 1972 fu anche sede dell’Ufficio del Registro, delle Guardie Forestali, della Direzione U.S.L. FG/9. È, inoltre, Centro Distrettuale dei Servizi Educativi e Culturali. Oltre la Scuola Elementare e Media inferiore, funziona dagli anni ’60 una sezione staccata del Liceo Scientifico di Foggia. Espansione abitativa di Accadia. Anticamente era racchiusa entro la cinta murale, nell’area del Rione dei “Fossi”, e la prima espansione si ebbe nel secolo XVI, dopo il terremoto del 1456: gli Accadiesi costruirono le loro abitazioni lungo la strada detta “Via del Borgo”. Col terremoto del 23.7.1930, che fece più di 40 vittime e danneggiò gravemente il Rione dei Fossi, si ebbe espansione in contrada “Vignali”, dove il Governo fascista realizzò casette costituenti il rione “asismico”, abitazioni provvisorie da soppiantare con fabbricati definitivi, cosa mai avvenuta finora, perché si è preferito costruire altrove, nelle aree limitrofe, anziché utilizzare la zona asismica.
L’antico Rione dei Fossi, oltre le abitazioni degli Accadiesi, comprendeva la Chiesa Matrice e il Palazzo Ducale dei Recco e dei Dentice, andati distrutti dal terremoto. Oggi ci sono solo i ruderi della cinta murale e di una torre. Dell’antica chiesa sono rimaste solo le statue in pietra degli Apostoli Pietro e Paolo, prima collocate sul vecchio campanile e ora custodite nella nuova Chiesa matrice.
Ricordi del periodo borbonico sono la Fontana pubblica, di stile neoclassico eretta nel 1836, che dall’acquedotto locale forniva acqua agli abitanti, la Torre dell’orologio, costruita nel 1883 sul sito dell’antica torre, arricchita della riproduzione dell’ultimo pannello della Porta bronzea del Maschio Angioino di Napoli, e l’Arco di Porta di Capo, ricostruita di recente così come si presentava prima del terremoto del 1930: fu la Porta per dove irruppero in Accadia le milizie di Ferrante d’Aragona.
Altri resti e ruderi di importanza storica: la statua di Akka Idea e la Tavola del Bosco Bolano collocate nell’atrio dell’attuale Municipio; la Cappella di S. Maria dei Teutoni, resto dell’antica Mansio ad Matrem Magnam e della Chiesa annessa al Convento-albergo dei Cavalieri Teutonici, ove sono le spoglie mortali di Sallustia moglie dell’Imperatore Alessandro Severo, che, a sua volta, fu sepolto sul Crispignano; la Taberna traiana, che conserva tracce della struttura romana e l’antico nome; Centra o Acquatorta, dove aveva sito il Castrum degli Accuani, e Agata la Noce, richiamo storico dell’estremo rifugio degli Accuani, quando fu distrutta Acquatorta.
Accadia vanta tra i suoi figli uomini di cultura, storici e letterati: Vito Cafongelli, giureconsulto e poeta vissuto nel XVIII secolo, Francesco Saverio Andreana, cultore di medicina e poeta satirico, Severino Muscillo, professore, autore e traduttore, Giandomenico Barbalato, professore e pedagogista, istitutore della scuola in Accadia, autore di libri didattici, e Francesco Barbalato, storico e geografo, autore di numerose pubblicazioni a fine pedagogico, tutti vissuti nel XIX secolo.
E ancora don Luigi De Rosa, che scrisse sul Santuario di Crispignano, Erminio Paoletta, storico, con pubblicazioni sulla Porta bronzea e su Accadia, Domenico Ciccarelli e F.sco Paolo Maulucci poeti, Vito Di Giorgio che ha scritto “Accadia nei secoli”, Pasquale Maulucci, poeta, Vincenzo Maulucci che ha scritto sull’assedio di Accadia. Circa la religiosità degli Accadiesi, è da sottolineare particolarmente il culto e la devozione verso il martire S. Sebastiano, considerato modello di conversione e di fedeltà incondizionata a Cristo fino al …martirio. Con S. Sebastiano, ritenuto Patrono di Accadia, sono venerati anche S. Antonio da Padova (che nella devozione popolare ereditò quella per S. Antonio Abate) e S. Vito, come compatroni.
Ma la Patrona e Protettrice principale di Accadia è la Beata Vergine del Carmine, a cui è dedicato il Santuario sul Monte Crispignano, dove, secondo la tradizione, la Vergine apparve ad un pastorello in una fenditura di roccia. A ricordo di tale evento fu eretta, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, una Cappella. Nel 1694, Giuseppe Rocco, Duca di Accadia, fece demolire la Cappella per far posto a una chiesa più ampia e decorosa.
Quest’ultima fu gravemente danneggiata dal terremoto del 21.8.1962 e, anziché rifarla, si decise di costruire un nuovo Santuario, notevolmente più ampio del precedente. I lavori di costruzione del nuovo durarono gli anni 1968-69. Il 20.8.1969 fu inaugurata e benedetta da Mons. Mario De Santis anche la “Cappella dell’Apparizione”, edificata alle spalle del Santuario, ai piedi dello Sperone, sul luogo dove la Madonna apparve al pastorello.
CASTELLUCCIO DEI SAURI
Cenni storici e religiosi
Già all’epoca della repubblica romana esisteva un piccolo centro abitato, detto Cominium, che il poeta Orazio chiamava Oppidulum. Una lapide sepolcrale posta sulla tomba di Lucio Aurelio, il proconsole di Smirne, che rientrando a Roma dall’oriente, affetto da grave morbo, sostò e morì all’Oppidulum, rivela con la data di morte, l’anno 107 d.C., l’esistenza del piccolo castello.
Durante il periodo del dominio bizantino, il piccolo centro che contava un numero limitato di abitanti appuli, fu destinato a 60 famiglie albanesi guidate da un tale Gassola. Vi eressero una chiesa intitolata a S. Giorgio, dove officiava un prete di rito greco, mentre gli originari del luogo continuarono a frequentare la chiesa di S. Maria delle Grazie, officiata dal-l’Arciprete in rito latino.
I diversi interventi degli eserciti dell’Impero d’Oriente, verificatisi nel 553 d.C., agli inizi del VII secolo e, più tardi, nell’875, per contrastare le invasioni barbariche in Italia, spiegano la presenza nel meridione d’Italia e, particolarmente, nella Puglia, di albanesi e greci, portati nelle nostre terre per ragioni militari e politiche; questi o si fusero con gli indigeni o impiantarono nuovi centri, conservando lingua, costumi e culto propri.
Occorre aggiungere che, verso la fine del X e l’inizio del XI secolo, molti abitanti delle città della pianura dauna, come Arpi, per scampare ai conflitti armati o spinti da calamità naturali, si rifugiavano nei centri posti sulle colline e sui monti circostanti. Castelluccio, pertanto, divenne luogo di rifugio per tanti profughi dauni. Dopo il dominio normanno e quello svevo, Castelluccio visse, alla pari di tanti centri meridionali, il lungo periodo del dominio degli Angioini.
Passò a far parte della Diocesi di Bovino, quando Roberto di Loretello nel 1179 ne fece dono al Vescovo Pandolfo. Verso la fine del XIV secolo, Castelluccio fu feudo di Benedetto Acciaiuali e, dopo breve parentesi di feudalità regia, passó nel 1417 a Paolo Verbicaro e poi ai Cavaniglia, al tempo degli Aragonesi. Durante il dominio spagnolo, il Vice Re di Napoli, Pietro di Toledo, nel 1539 decretó la distruzione di tutti i casali abitati dagli Albanesi resisi colpevoli di gravi disordini: gli Albanesi di Castelluccio, anziché lavorare, preferivano darsi a saccheggi e a ruberie nelle vicine campagne.
Per sfuggire alla decretata distruzione, si rifugiarono a Deliceto, dove li accolse Alfonso Piccolomini, signore della città. La cronaca riferisce che prima che gli Albanesi si trasferissero a Deliceto, si erano trasferiti due preti, D. Bartolomeo de Janne Gruosso e D. Salvatore Ciarluzzo con i loro parenti. Quando, passato il pericolo, gli abitanti di Castelluccio ritornarono col proprio Curato al loro paese, la S. Messa veniva celebrata solo nel rito latino, giacché nel 1570 il Vescovo di Bovino, Giovanni Domenico d’Anna, aveva soppresso in tutto il territorio della Diocesi il rito greco.
D’allora Castelluccio riprese l’antica denominazione: Castelluccio dei Sauri e non più degli Albanesi. (Sauri da Sarmati, milizie mercenarie di Odoacre, che i Latini e i Greci chiamavano, appunto, Sauri). Durante il periodo borbonico, il 13.6.1791, l’Amministrazione comunale me decise il ricorso alla Real Camera della Somaria per chiedere che i terreni della mezzana fossero utilizzati a coltura e dati in fitto a più coloni per un comune vantaggio, giacché le uniche risorse degli abitanti erano l’agricoltura e la pastorizia, mentre scarsamente rendeva il lavoro artigianale.
Nel 1792 venne istituita l’Annona per assicurare frumento e viveri ai poveri colpiti dalla scarsezza del raccolto. Sul campanile della chiesa eretta qualche anno prima il Comune decise di collocarvi l’orologio, acquistato dal Comune stesso del 1795. È nello stesso anno che alcuni benefattori offrirono alla chiesa un battistero in pietra, tuttora esistente e collocato nella cappella di S. Gerardo.
L’anno successivo, nel 1796 il Comune decise di stipendiare il sacrestano per la manutenzione dell’orologio oltre che per la cura e il decoro della chiesa. Le idee liberali e repubblicane, diffuse dai francesi durante il breve periodo napoleonico, non provocarono alcun mutamento nella vita sociale del paese. Col ritorno dei Borboni sul trono di Napoli, il Comune realizzò alcune opere di pubblica utilità. Nel 1821 fu realizzata una fontana pubblica e l’anno successivo si pose mano alla costruzione dell’Archivio comunale.
Proclamata l’Unità d’Italia nel 1861, si insediò in Castelluccio il Corpo di Guardia nazionale e nel 1962 fu istituita la Scuola Statale Elementare. Il 20.10.1872 fu istituita la Congregazione della Carità con lo scopo di amministrare i beni destinati a favore dei poveri. Prima di questa istituzione assicurava l’assistenza ai contadini in difficoltà il Montefrumentario, già funzionante dal 1826.
Nel 1877 fu inaugurato il Palazzo Municipale. Durante il periodo fascista, l’Opera Nazionale Combattenti operò l’assegnazione di terreni ai contadini di Castelluccio nella Contrada “Macchia di Pirro” e Ponte Albanito. Tale operazione fu ripresa nel dopo guerra, durante gli anni ’50, dall’Ente Riforma Agraria. Negli anni ’60 fu istituita a Castelluccio la Scuola Media inferiore e si ebbe un incremento edilizio, dettato dall’iniziativa privata e dall’Istituto Case Popolari.
Agli inizi degli anni ’70, fu demolita la vecchia Chiesa S. Maria delle Grazie e ricostruita la nuova per iniziativa e a spese della benefattrice e devota Ausilia Cornacchia, che la volle eretta in memoria di Leonardo Guerrieri (18.8.1971). Nel 1983 fu inaugurato il Villaggio Artigiani. Più tardi, nel 1987, sull’area utilizzata a campo di calcio, fu realizzato il nuovo “Campo sportivo dei Sauri”.
Un’altra opera significativa è la realizzazione dell’Ippodromo, che iniziato nel 1990-91 fu portato a termine e ufficialmente inaugurato nel 1995.
DELICETO
Cenni storici e religiosi
Prima di Deliceto come centro cittadino ci sono i Casali, nuclei di famiglie agresti di diverse etnie: latini, uzzi, caspi, schiavoni o dalmati, tutti barbari e mercenari, avventurieri e pirati, stanziatisi nelle nostre terre dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.). Più tardi, verso la fine del XI secolo, si aggiunsero anche calabresi e materani, introdotti dai normanni.
Questi nuclei, sparsi qua e là nei vari Casali, per trovare sicurezza e protezione si stabilirono attorno al castello “De-Iliceto”, perché il territorio ricco di lecci, verso la metà del XI secolo.
Un antico documento, forse un atto di donazione fatta alla chiesa di Deliceto, dice: “Anno 1073, Duca Roberto (il Guiscardo) Signore della Puglia, Tristaino signore di Deliceto etc…”. Tale documento rivela l’esistenza del Castello, della chiesa e di una comunità sotto la protezione e a servizio del Signore Tristaino, il primo di tanti che seguiranno. La denominazione del castello, come per tanti paesi, trae origine dalle caratteristiche del luogo, quindi, in luogo d’elci, “de iliceto”.
Dopo la Signoria di Tristaino, i territori di Deliceto, Bovino e S. Agata fecero parte della Contea del Loretello, sotto il governo dei Conti d’Altavilla dei Normanni. Dopo più di un secolo, con l’ultimo Conte, Roberto III di Bassavilla, che morì senza eredi il 15.9.1182, si concluse il periodo normanno.
Federico II di Svevia, che predilesse la Daunia e scelse Foggia come capitale amministrativa del suo Impero, nominò signore di Deliceto Ragone di Valvano nel 1226.
Dopo la brevissima parentesi di dominio pontificio (Ragone fu sconfitto dall’esercito pontificio nel 1229), Federico II, rientrato dall’Oriente e sconfitto l’esercito pontificio, a scopo di sicurezza fece munire di torri e di mura molti Castelli di Capitanata e per punire i ribelli decise di incamerare i beni ecclesiastici e di confiscare le proprietà private.
Durante la guerra di Manfredi e Corradino di Svevia contro Carlo d’Angiò, bande di Saraceni, portati in Italia da Federico II come valido aiuto militare, si dettero a scorrerie e a saccheggi. Anche Deliceto fu terrorizzata da queste feroci incursioni. Si ritiene che i Saraceni abbiano aperta una breccia nelle mura del Castello per entrarvi a far ruberie ed altre violenze.
Liberate le terre dal dominio svevo e dalle scorrerie saracene, Carlo d’Angiò elargì terre e feudi in premio a quanti si erano schierati dalla sua parte.
Durante il Regno degli Angioini (1266-1442), sotto la Signoria di Berarduccio (1311), i Delicetani, per difendere i propri diritti civici di pascolare, far legna, approvvigionarsi d’acqua nelle zone di confine, dovettero sostenere non poche lotte per impedire abusi da parte dei confinanti paesi.
Durante la Baronia di Gentile di S. Giorgio, nel 1348 Deliceto subì numerose vittime a causa della peste bubbonica.
L’ultimo Signore di Deliceto, schierato dalla parte degli Angioini, come molti Signori e Baroni, fu il Di Sangro (1441-1463) di antica famiglia feudale della reale stirpe dei Borgognoni di Francia: era crudele e dispotico. Quando nel 1462 Ferdinando d’Aragona con altri alleati affrontò e sconfisse i Baroni ribelli, il Di Sangro fu privato dei suoi feudi e Deliceto passò sotto la signoria di Antonio I Piccolomini, nipote di Pio II.
Nel 1463 Deliceto e il suo territorio fu elevato a Marchesato. Nel 1493 ad Antonio I successe Giambattista Piccolomini che si rese benemerito per aver dato impulso allo sviluppo economico: ottenne l’abolizione di alcune riserve regie sul bosco Macchione, concesse la libertà di esercitare gli usi civici, dette incremento alla pastorizia e all’agricoltura. Sotto la signoria di Antonio II Piccolomini, che successe a Giambattista nel 1532, Deliceto contava 755 abitanti e, alcune chiese, come S. Giovanni e l’Annunziata, proprietarie di terreni, godevano di buone rendite.
Durante la signoria del Marchese Alfonso Piccolomini, succeduto ad Antonio II nel 1539, il Vicerè di Napoli ordinò la distruzione dei casali abitati dagli Albanesi, resisi colpevoli di devastazione e di furti. Per trovare scampo, gli Albanesi di Castelluccio dei Sauri si rifugiarono in Deliceto sotto la protezione dei Piccolomini, al quale, in segno di gratitudine regalarono una campana per la chiesetta di Loreto.
Il 15.4.1577, riservandosi alcuni limitati diritti, Alfonso cedette al Comune di Deliceto tutti i beni demaniali. Nel 1587 i feudi dei Piccolomini furono acquistati da Giampaolo Bartirotti d’Aragona. Durante la signoria dei Bartirotti, Deliceto visse situazioni di disagio: nel 1591-92 ci fu penuria di viveri e rincaro di prezzi; nel 1593 eretici luterani e valdesi invasero i paesi del Subappennino. Anche Deliceto fu provocata dalla propaganda valdese, ma l’arciprete Giovanni Vincenzo Marangia e tutto il clero locale bruciarono in piazza la stampa sequestrata.
Nicola Bartirotti, successore di Giampaolo, con l’appoggio di alcuni disonesti notabili del paese, si riappropriò, con carte false e per vie traverse, dei beni del Comune, già proprietà feudali.
Nel 1609, il Marchesato passò dai Bartirotti ai Miroballo: Francesca, figlia di Nicola, Principessa di Castellaneta, andò sposa a Cesare Miroballo, che divenne il X Marchese di Deliceto.
Il 16.12.1631 avvenne l’eruzione del Vesuvio, che provocò piogge di cenere. Tale fenomeno terrorizzò non poco gli abitanti della Campania e della Puglia, ma negli anni successivi risultò benefico sul piano produttivo agricolo.
Nel 1656, durante il dominio spagnolo in Italia, ricomparve il flagello della peste bubbonica mietendo numerose vittime: a Deliceto ne furono 330. Un secolo dopo, nel 1764 ci fu carestia con relativi disagi, morti e abusi: molti delicetani profittarono della circostanza per appropriarsi di beni demaniali.
Morto l’ultimo Marchese di Deliceto, Cesare Miroballo, nel 1790, furono sequestrati i suoi beni feudali dalla Real Camera di Napoli e Deliceto tornò città regia. I creditori del Miroballo, compreso il Comune, pretesero rifarsi dei beni concessi o abusivamente sottratti e nel 1792 fu definita la faccenda: i beni in disputa andarono parte al fisco, parte ai creditori e parte al Comune. Anche le terre demaniali ed ex baronali, tra il 1797 e il 1817, furono frazionate e assegnate ai coloni e al Comune.
Le idee liberali e repubblicane diffuse nel Meridione dalle truppe francesi, durante la breve parentesi della Repubblica partenopea e del governo napoleonico (fine 1700-1815), furono alla base di tentativi di rivolta che degenerarono nella violenza, nel crimine e nel furto: si viveva nella massima incertezza. Il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli non significò ritorno alla tranquillità e all’ordine, perché liberali e antimonarchici fecero sentire il loro peso nell’opinione pubblica, tutta orientata ad ottenere dal sovrano la Costituzione. Questa, promulgata nel 1848, fu dallo stesso Ferdinando II abolita l’anno successivo, provocando reazioni e divisioni tra liberali e sanfedisti e monarchici.
Fu troppo tardi quando Francesco II nel 1859 decise di attuare la Costituzione: era in atto la liberazione dell’Italia dai domini stranieri, per realizzare l’unità della Nazione sotto la sovranità dei Monarchi sabaudi. Fatta l’unità d’Italia, in tanti rimase la nostalgia del regime borbonico, che suggerì ancora una volta forme di brigantaggio, di anarchia e di camorra.
Calmate le acque politiche, nel 1867 a Deliceto, come in tanti centri cittadini, riprese la normalità della vita e delle attività agricole, edili, artigianali e commerciali, rese, queste ultime, più agevoli per la realizzazione del tronco ferroviario Foggia-Avellino. Ci fu l’approvvigionamento idrico e l’erezione di una monumentale fontana pubblica. S’incrementò l’istruzione scolastica e nel 1868 fu istituita la Biblioteca Comunale. Nel 1896 nacque il servizio di trasporto pubblico interurbano. L’antico Castello nel 1884 fu dal Comune concesso in amministrazione alla ex Congrega della Carità perché fosse adibito ad opere assistenziali. Nel 1902 il Castello fu dichiarato monumento nazionale dalla Direzione generale delle Antichità e Belle Arti.
Dal 1884 al 1947 il Castello andò lentamente in degrado, anche per atti di vandalismo. Dal 1948, a più riprese, con i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno è stato quasi completamente restaurato e dal 1963 ha ospitato la Scuola Media.
Il caos e le incertezze economiche verificatisi dopo la I Guerra mondiale rientrarono con l’avvento del Fascismo al potere. Durante il ventennio fascista furono realizzate molte opere di pubblica utilità. Anche Deliceto, in quel periodo visse un clima di tranquillità e di progresso: vi fu incremento edilizio, sistemazione delle piazze e delle strade cittadine e l’acqua potabile fruibile nelle abitazioni private.
Nell’immediato dopo guerra (II Guerra mondiale) riprese il fenomeno dell’emigrazione all’estero e altrove in Italia, come già avvenne alla fine del secolo scorso, per trovare lavoro e sicurezza economica. Oggi conta oltre 4.000 abitanti e la cura spirituale è affidata ai Parroci del SS. Salvatore e di S. Rocco. Come tutti i centri dell’ex Diocesi di Bovino, Deliceto dal 30.9.1986 fa parte dell’Arcidiocesi Foggia-Bovino.
Delle antiche chiese o chiesette, come S. Efrem del VI-VII secolo, S. Cristoforo, S. Martino fine X secolo, S. Desiderio e S. Maria di Casal Gildone della fine del XI secolo, S. Giovanni Battista e S. Quirico della fine XII secolo, tutte scomparse tra la fine secolo XVI e la metà del XVIII secolo, oggi restano le Rettorie di S. Antonio di Padova, che con l’annesso Convento era officiata dai Frati Minori, di Maria SS. Annunziata, anticamente detta di S. Nicola in Escleta, con annesso Convento officiata dai Padri Benedettini fino al 1629, sede di due Confraternite, quella del S. Rosario e quella del SS.mo Sacramento, e di S. Anna e Morti, che ospita la Confraternita dei Morti, proveniente dalla scomparsa chiesa di S. Cristoforo.
Due i Santuari mariani che esistevano. Il primo era dedicato S. Maria dell’Olmitello, piccolo santuario eretto, secondo la leggenda, nel XI secolo, ma secondo documenti storici risulta eretto verso la fine del XV secolo, costituito da chiesa e romitaggio, affidato agli eremiti Agostiniani e in seguito al clero locale, andato in rovina negli anni ’70, attende di essere restaurato.
Il secondo è quello di Maria SS. della Consolazione: come quello di S. Maria dell’Olmitello, ha ubicazione a quattro chilometri da Deliceto, sulla strada Deliceto-Accadia, situato su uno sperone che si affaccia sul Vallone della Madonna. Alcuni Eremitani di S. Agostino, provenienti dalla vicina Ascoli, decisero nel 1470 di costruire una cappella e un piccolo convento annesso. Avuto il consenso del Vescovo di Bovino, Mons. Nattola, e del Marchese di Deliceto, Antonio I Piccolomini, iniziarono i lavori di costruzione, a cui con opere e con finanziamenti contribuirono il Comune e i cittadini di Deliceto.
Gli Eremitani vissero nel piccolo monastero della Consolazione per oltre due secoli. Nel 1652 Papa Innocenzo X soppresse la Comunità, per la esiguità del numero dei membri e per la precaria situazione economica. Fino al 1705 la cappella fu affidata al clero locale; da quell’anno Mons. Angelo Ceraso affidò chiesa e convento ad una comunità missionaria dei Padri Verginiani, che provvidero ad ampliare il convento.
Nel 1732 ritornarono gli Eremitani e Padre Giovanni Appiani, grazie alle donazioni di D. Giacomo Casati, che destinò al Santuario e al Convento tutti i suoi averi, potè realizzare opere di ulteriore ampliamento. Nel 1742 gli Eremitani si trasferirono a Foggia. L’11.12.1744 giunsero da Napoli a Deliceto S. Alfonso e i suoi religiosi, Redentoristi, invitati dal Can. Casati a predicare la missione. In questa occasione, il Santo, vista la salubrità del luogo e resosi certo dal punto di vista patrimoniale, stabilì di prendere possesso del Santuario e del Convento, che dal 28.3.1745 al 2.7.1866 fu dei Redentoristi. Dal 1749 al 1754 fu alla Consolazione S. Gerardo Maiella, che vi pronunziò i Voti nel 1752. Dal 1746 al 1808 studiò e si formò redentorista P. Antonio Tannoia, che lasciò opere scientifiche, religiose e storiche.
Per le leggi eversive dello Stato Unitario, il Convento e i beni ad esso pertinenti furono confiscati e passarono al Comune di Deliceto, in due tempi. Dapprima l’immobile del Convento con delibera del 22.12.1862 da parte dell’Amministrazione Provinciale, mentre venne in possesso degli altri beni, (elargiti al Santuario per testamento da Giacomo Casati), solo quando la Corte di Cassazione il 15.2.1882 confermò la sentenza della Corte di Appello di Trani in favore del Comune e contro il Demanio dello Stato e il fondo per il Culto.
Nel 1881, per iniziativa dell’Amministrazione Provinciale, i locali dell’ex Convento ospitarono i convittori della scuola agraria “G. Garibaldi”, ma l’attività scolastica durò appena cinque anni. Dopo la scuola, si pensò di utilizzarlo come Sanatorio provinciale, ma non se ne fece nulla.
Nel 1925 fu temporaneamente affidato ai Padri Camaldolesi che diressero l’Istituto “Pro derelictis”. Nel 1929 fu destinato a colonia montana permanente, ma il terremoto del 1930 rese inagibili i locali. Dopo le indispensabili riparazioni, fu destinato a Casa di Rieducazione delle minori, dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia e affidata alle Suore del Patrocinio di S. Giuseppe. Funzionò fino all’estate 1951.
Nel 1955 il Comune di Deliceto, non potendo far fronte alle spese necessarie per opere di restauro, cedette allo Stato l’ex Convento e 34 ettari di terreno. Dopo la cessione dell’immobile, avvenuta nel 1957, il Ministero di Grazia e Giustizia curò la riparazione e il restauro dello stesso per utilizzarlo come Casa di Rieducazione dei minori. Chiusa la casa di rieducazione nel 1978, il Ministero concesse, nel 1979, l’ex Convento e i terreni alla Comunità Montana, da cui nel 1981 i Padri Redentoristi ottenero l’uso della Cappella e parte dell’ex Convento (verbale di consegna del 9.6.1981).
Padre Francesco Pennetta fu il primo ad avviare, dopo più di un secolo, le attività di culto nel Santuario della Consolazione. A P. Francesco, nel 1984, subentrò P. Antonio Saraceno, che, per avere la disponibilità di tutti i locali dell’ex Convento, grazie anche all’interessamento del Sindaco di Deliceto, riuscì ad ottenere dall’Intendenza di Finanza non solo l’ex Convento ma anche 32.96.97 ettari di terreni, previe le rinuncie della Comunità Montana e della Congregazione dei Redentoristi, già concessionari parziali del Compendio Demaniale. La consegna a titolo di semplice custodia del Compendio Demaniale ex convento della Consolazione all’Arcidiocesi di Foggia-Bovino avvenne il 2.5.1991, come da verbale redatto nella medesima data dall’Ufficio tecnico erariale di Foggia, con l’impegno da parte dell’Ente Diocesi di sostenere l’onere di manutenzione ordinaria e straordinaria dell’edificio, destinato a centro di attività religiose, sociali e assistenziali.
La fruibilità di tutti i locali dell’ex convento permise a P. Antonio di avviare un’esperienza comunitaria aperta a tutti, dedita in gran parte alla vita di preghiera e alla pratica del digiuno, suscitando interesse e partecipazione di molti fedeli di Deliceto e di vari gruppi provenienti da altri centri dell’Arcidiocesi.
Dal dicembre 1993 vi ha sede la Comunità Mariana “Oasi della Pace” affidata inizialmente alla guida spirituale di P. Antonio Saraceno. Tra l’Arcivescovo e P. Gianni Sgreva, Superiore Generale delle Comunità Mariane, fu sottoscritta il 31.5.1994 la prima convenzione.
MONTELEONE DI PUGLIA
Cenni storici e religiosi
I primi nuclei familiari, che in seguito costituiranno il centro abitato di Monteleone di Puglia, risalirebbero alla fine del secolo X e l’inizio del XI. Durante la costruzione della strada Monteleone-Zungoli, nell’ottobre 1967, furono rinvenuti nella località Valle delle Noci scheletri allineati in cunicoli di pietra, vasi di terracotta e armi, reperti di una necropoli risalente al mille e forse ad un periodo anteriore. L’insediamento nel luogo attuale da parte di nuclei delle contrade “Casalini” e “Frate Pasquale”, fu dovuto alla necessità di trovare scampo dalle insidie della vicina Boscoselvamala o per costruire altrove abitazioni distrutte dai frequenti terremoti.
Nei rioni a Sud di Monteleone, ruderi, ormai scomparsi, rivelavano antichissime costruzioni, più tuguri che case. Tra il XIII e il XIV secolo, Monteleone assunse la configurazione pressoché vicina all’attuale. Risale a quest’epoca la costruzione del Castello e della Chiesa di S. Giovanni Battista, che nel 1412 fu eretta a parrocchia.
Amministrativamente, fin dall’epoca normanna, apparteneva al territorio e alla Diocesi di Ariano Irpino. Sotto il Regno di Giovanna II (1414-1435), Monteleone potè godere di una parziale e passeggera autonomia. Come tanti centri abitati, fu coinvolta nelle alterne vicende politiche del tempo, passando sotto il dominio dei Normanni, degli Angioini e degli Svevi e subendo situazioni difficili, sotto l’aspetto economico, per il despotismo dei Baroni.
Dopo gli Svevi, il Meridione fu terra di conquista degli Aragonesi. Nel 1495 Monteleone con Ariano ed altre località fu Signoria di Guevara. Dal 1498 fu sede baronale: il Signore vi trascorreva il periodo estivo. La presenza del Signore nel Castello di Monteleone non fu senza oneri per gli abitanti, anzi, a spese dell’Università furono costruite le mura perimetrali di difesa del Castello.
Nel 1558 Monteleone fu feudo di Cesare Gonzaga. Fu durante la signoria del Gonzaga che a Monteleone, a Montaguto e a Faeto, nel 1564, fissarono la loro dimora alcuni Valdesi, scesi dalla Savoia per far proseliti. Scoperte la loro presenza e le loro intenzioni, il Cardinale Ghisleri, capo dell’Inquisizione, incaricò il Vescovo di Bovino, Ferdinando d’Anna, di indagare e intervenire di autorità (si è nel periodo della Controriforma) per impedire la diffusione dell’eresia e punire quanti vi aderissero. Alcuni di Monteleone furono imputati di eresia e condotti dinanzi al Vescovo inquisitore, ma furono amnistiati per aver riconosciuto l’errore.
Da ricordare la diffusione della peste nel 1561, che causò numerose vittime (circa 300) tra gli abitanti di Monteleone. Gli scampati eressero, sul luogo dove furono sepolte le vittime, una cappelletta in onore di S. Rocco, invocato da tutti in quel doloroso frangente perché cessasse la pestilenza. Nel 1588, durante il dominio spagnolo ed essendo Re di Napoli Filippo II, fu riconosciuta a Monteleone l’autonomia amministrativa e, a ricordo di ciò, fu eretto un monumento.
Quanti si avvicendarono come feudatari di Monteleone rivestirono il titolo di Marchese, come Filippo Brancia nel 1604, di Principe, come Pier Giovanni Capece nel 1637, e di Conte, come il Conte Platti nel 1668. Durante la Signoria dei Platti che durò circa un secolo, Monteleone conobbe tempi di progresso e di incremento nell’edilizia, nell’agricoltura e nell’artigianato. La antica chiesetta “jus patronato” fu demolita per edificarvi la Chiesa Madre, detta anche Cappellone baronale.
Nel 1716 fu eretta la Chiesa dell’Addolorata, dove ebbe sede l’omonima Confraternita sorta il 7.3.1716. Dopo i Platti seguì la Signoria dei Figlioli nel 1793, ma durò poco. Di fronte agli eserciti napoleonici impegnati a conquistare il Meridione d’Italia e a imporre il regime rivoluzionario, i Figlioli, come altri feudatari, preoccupati di mettersi al sicuro, abbandonarono il feudo di Monteleone, sicché i coloni si impossessarono dei terreni. Aboliti i diritti feudali dal regime napoleonico, le terre furono divise tra Università e coloni.
Durante il breve periodo napoleonico, molti cittadini sposarono le idee rivoluzionarie e repubblicane. Nel 1800, nello spiazzo antistante l’ex palazzo baronale, attuale Palazzo Trombetti, i Monteleonesi innalzarono una croce di pietra per celebrare il trionfo della libertà. Dopo la morte di Gioacchino Murat, ritornarono sul trono di Napoli i Borboni, e il Re Ferdinando, naturalmente, ripropose il regime monarchico, affidando l’amministrazione dei Comuni a Sindaci del partito borbonico.
Dal 1820 al 1860 furono Sindaci di Monteleone i Signori Castelluccio, Contella, Colangelo, Lalla, Tarone, Salino, Juliano Vincenzo, Rampini, Juliano Rocco e Morra. In questi anni, esattamente nel 1833, fu definita l’appartenenza di Monteleone alla Provincia di Foggia. Negli anni 1852-56, il benemerito Sac. Rocco Contella fece erigere la Chiesa del Carmine e il Convento, ad essa annesso, che furono donati ai Frati Minori nel 1857.
Nel periodo ultimo nel Regno Borbonico, prima che si realizzasse l’Unità d’Italia (17.3.1861), Monteleone fu temporanea sede del Vescovo di Ariano, Mons. Caputo. Questo, convertito alla causa liberale, offrì a Garibaldi 2000 ducati per finanziare la sua impresa, ponendosi apertamente contro la politica di Pio IX, e per sfuggire alla persecuzione dei Borbonici si rifugiò a Monteleone, da dove governò la Diocesi.
Per la presenza di Mons. Caputo, la Chiesa di S. Giovanni Battista assunse la funzione di Cattedrale. Per le leggi eversive del Regno Unitario, nel 1866 la Chiesa e il Convento dei Frati furono confiscati e Monteleone rimase priva della preziosa presenza dei Religiosi.
La conduzione amministrativa del Comune fu portata avanti da uomini capaci e saggi, come Luciano Trombetti (1861-1884) che strinse ottimi rapporti col clero locale e intervenne più volte per restaurare la Chiesa Madre nel 1884 e concesse la Chiesa del Carmine con alcuni locali alla Confraternita del Carmine istituita il 5.11.1882 (sarà canonicamente riconosciuta da Mons. Francesco Trotta, Vescovo di Ariano, il 5.2.1885).
Altro Sindaco benemerito fu il Manetti (1889-1900): fece riattare il campanile della Chiesa madre, ristrutturò l’ex Convento per utilizzarlo come Casa Comunale e realizzò opere di interesse pubblico, quali la rete fognante e la pavimentazione delle strade cittadine. Il Dr. Squillante, che resse il Comune per complessivi trent’anni, migliorò ulteriormente le condizioni di Monteleone con opere di consolidamento della rete stradale cittadina e fognante, fece restaurare edifici pubblici e portò a termine i lavori della Casa Comunale, utilizzò le sorgenti di acqua potabile ed eresse fontane pubbliche, furono raddoppiate le scuole.
Nel 1908 fu realizzato l’impianto della rete elettrica per l’illuminazione pubblica e privata. Nel 1930, in località “Montagna”, un certo devoto Pasquale Morra fece costruire dalla Ditta Leopoldoviti Volpe una seconda Chiesa dedicata a Maria SS. del Carmine. Dal 1930 al 1944 fu Podestà di Monteleone il Dr. Pasquale Trombetti, che avviò la costruzione dell’acquedotto, utilizzando le sorgenti della zona Crispignano, e continuò le opere di edilizia scolastica. Nel 1932, su iniziativa di Sr. Maria Annunziatina, figlia di Nicola Lalla, fu realizzato l’Asilo Infantile con l’appoggio del Podestà e l’intervento del proprietario Pasquale Colangelo, che offrì un’ala del suo palazzo per detto scopo. Nel 1933, Mons. G. Lojacono, Vescovo di Ariano, inaugurò l’Asilo “Santi Innocenti”, affidato alle cure delle Suore dell’Immacolata, tuttora presenti e operanti a Monteleone.
Nel 1936 fu restaurata la Chiesa dell’Addolorata e fu costruita la nuova facciata. Nell’ultimo dopoguerra, col regime repubblicano e col sistema elettivo si sono avvicendati nella carica di sindaci politici scelti dalla base, tutti uomini interessati al bene della comunità. In seguito al terremoto del 1962, la Chiesa del Carmine gravemente danneggiata, fu abbattuta e fu ricostruita ex novo dall’Impresa Giglio di Napoli negli anni 1971-73.
Anche la Chiesa di S. Rocco, già ingrandita nel 1899, fu ricostruita dopo il terremoto del 1962. Fu la stessa Ditta Giglio a eseguire i lavori dal novembre ’72 al dicembre del ’78. Il 1° gennaio 1978, per il nuovo assetto delle Regioni ecclesiastiche, voluto dalla S. Sede per conformare queste a quelle civili, il Comune di Monteleone e la Parrocchia di S. Giovanni Battista, fino al 31.12.1977 sotto la giurisdizione della Diocesi di Ariano Irpino, passarono a far parte della Diocesi di Bovino.
Con i fondi del Ministero stanziati per riparare i danni provocati dal sisma del 1980, quasi tutte le chiese di Monteleone furono riparate e restaurate tra gli anni 1983 e 1992. Nel 1986 il 30 settembre, la Congregazione dei Vescovi decretò la piena unione della Diocesi di Bovino con l’Arcidiocesi di Foggia, e Monteleone, come tutti i Comuni dell’ex Diocesi di Bovino, divenne territorio e parrocchia dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino.
Il 1° giugno 1996 è stato inaugurato il monumento a Padre Pio sul piazzale antistante alla chiesa Maria SS. del Carmine: statua in bronzo, opera dell’artista Nicola Arrighini di Pietrasanta (Lucca), offerta da Michele Nunno e Maria Carmela Guerriero.
PANNI
Cenni storici e religiosi
Il borgo di Panni sorge sulla cima del monte Sario. Il primo insediamento sul “toppolo” (punto più alto) si verificò in epoca di imperante paganesimo, prima della diffusione della religione cristiana. Successivamente si espanse verso sud-ovest sul piccolo pianoro. I primi abitanti di Panni erano dediti alla pastorizia e avevano particolare culto per il dio Pan. Strabone, vissuto dal 63 a.C. al 19 d.C., narrando delle città sannite distrutte nella guerra sociale (91-88 a.C.), cita anche Panna, villaggio irpino-sannitico. È citata anche da Plinio il Vecchio (24-79 d.C.), descrivendola “terra consacrata al dio Pan”, abitata da pastori e agricoltori.
Convertiti alla religione cristiana, i Pannesi costituirono una piccola comunità appartenente alla sede episcopale della Diocesi di Bovino, tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo. Nel 774 d.C., quando nel periodo longobardo la Diocesi di Bovino era suffraganea di quella di Benevento, Panni, con altri territori, fu dal principe longobardo donata a S. Sofia di Benevento.
Nel periodo normanno risulta feudo dei Conti di Loretello. Verso il mille, da villaggio di pastori, data la sua posizione strategica, divenne, durante il dominio bizantino, un luogo fortificato o castrum, come risulta dalle Bibbie di Bovino (Codici Vaticani nn. 10510 e 10511) del XI secolo: tra le terre della Diocesi di Bovino vi è anche il “Castrum Pandi”. Come luogo fortificato ebbe certamente le mura di cinta, in seguito andate distrutte o per mano dei conquistatori o per l’incremento edilizio o per fatiscenza.
Il castello o fortilizio di Panni risalirebbe, secondo alcuni, al tempo dei Normanni; per altri, invece, risalirebbe all’epoca del Vicerè spagnolo Don Pietro di Toledo (1532-1553), che, per difendere le popolazioni dalle incursioni dei Turchi, fece edificare castelli e torri di avvistamento. Del castello o fortilizio di Panni, dopo il terremoto del 1731, restarono in piedi le due facciate di nord e di ovest: così afferma la tradizione.
Oggi resta solo una facciata: l’altra fu abbattuta per ricavare pietre per la costruzione della nuova Chiesa matrice (1830 – 1842). Dopo i Conti di Loretello, altri Signori mecenarono Panni fino al 1653, quando i Duchi Guevara vennero in possesso di Bovino e dei centri e territori viciniori, compreso Panni.
Sebbene nel 1806 Giuseppe Bonaparte avesse decretata la fine della feudalità, la Signoria dei Guevara continuò fino al 1860, quando, realizzata l’Unità d’Italia, i Comuni mecenarono la propria autonomia amministrativa. Fu allora che i contadini poterono acquistare o prendere in fitto le terre demaniali quotizzate.
Anche Panni fece l’amara esperienza del brigantaggio, anzi, di questa esperienza anarchica e malavitosa si resero protagonisti due pannesi: Pepe De Furia e un certo Sabato. Nel secolo scorso i Pannesi furono fervidi di iniziative sociali, culturali e religiose. Nel 1842 fu fondata la banda musicale cittadina; verso la fine del secolo, per iniziativa di Bartolomeo Liscio, veniva pubblicato il periodico “La Giovane Panni”; sorse la Società Operaia di Mutuo Soccorso, che per finalità era continuazione del Monte Frumentario, istituzione del passato intesa ad assicurare ai contadini poveri il grano per la semina.
Dal punto di vista religioso, oltre la Chiesa madre e il Santuario della Madonna del Bosco, i Pannesi, sempre nel secolo scorso, eressero diverse chiese non parrocchiali: l’Annunziata, il Purgatorio, S. Vito e il Calvario; e con le chiese sorsero anche le Confraternite. La pietà e la devozione dei Pannesi sono marcatamente mariane, legate ad un evento particolare: al rinvenimento di una statua lignea della Madonna su un albero di cerro nel vicino bosco, a 7 Km. da Panni. A ricordo di tale evento fu eretta una Chiesa, successivamente diventata Santuario, intitolata a Maria SS. Incoronata del Bosco.
Nel 1503, ad opera di Tommaso Caraffa, Signore di Panni, accanto al Santuario fu costruito il Convento che ospitò gli Agostiniani, a cui fu affidata la cura del Santuario. Dal 1737, anno in cui i Padri Agostiniani abbandonarono il Convento, il Santuario e le proprietà di esso passarono al Parroco di Panni, sia per la cura pastorale che per la gestione amministrativa. Successivamente la Chiesa fu ampliata, ma il Convento, non più utilizzato, andò via via in rovina.
Con l’Unità d’Italia, resa obbligatoria l’istruzione, fu istituita a Panni la Scuola Elementare. Nei periodi cruciali dopo il primo e secondo conflitto mondiale, per la mancanza di lavoro e di risorse economiche, molti Pannesi si mecenarono nel Nord e all’estero a cercare migliori fortune. Così si registrò un calo demografico, già riscontrato in passato per le epidemie della peste, del colera, della spagnola e del vaiolo, che fecero numero vittime. Dopo il 2° conflitto mondiale ci fu un certo risveglio: fu istituita la Scuola Media inferiore, migliorata la condizione sociale, potenziati i servizi pubblici.
I mezzi di trasporto consentono un più agevole collegamento con i vicini centri e col Capoluogo e permettono ai giovani il proseguimento degli studi presso le Scuole superiori e, più recentemente, presso l’Università. Anche a Panni c’è stato incremento edilizio nella zona periferica; e negli anni ’70 è stata realizzata una nuova strada che collega più agevolmente Panni con i comuni viciniori di Monteleone di Puglia e di Accadia.
Anche i Parroci si danno da fare: nel 1952, su interessamento e iniziativa di Mons. Giovanni Senerchia, giunsero a Panni le Suore Vocazioniste per assumere l’impegno educativo nella Scuola materna parrocchiale e offrire collaborazione nelle attività pastorali, così come, sempre per iniziativa di Mons. Senerchia, si provvide a restaurare la Chiesa matri-ce; nel 1958, in occasione del 50° di Sacerdozio, don Giovanni fece costruire sul campanile la cuspide piramidale con croce luminosa, facendo appello alla generosità degli emigrati e dei fedeli locali.
Col nuovo Parroco D. Antonio Longo i Pannesi vissero valide esperienze religiose: dal 27 marzo al 2 aprile 1966 fu celebrato il Congresso Mariano, preparato e svolto da P. Giovanni Ruggiero dei Conventuali di Roma, e dal 28 maggio al 20 agosto 1967 si svolse la “Peregrinatio Mariae” presso tutte le famiglie di Panni, iniziativa che si concluse con la Settimana liturgica (13-20 agosto). A causa dei frequenti terremoti, la Chiesa matrice, costruita ex novo poco più di un secolo prima, nel 1842, aveva continuamente bisogno di riparazioni e di restauri.
I danni provocati dal terremoto del 1962 spinsero il Parroco a decidere per una soluzione radicale: demolire l’impianto interno dell’edificio e ricostruirne un altro più sicuro, secondo i canoni moderni di costruzione. I lavori di demolizione mecenarono dal 1972 al 1976 e quelli di costruzione dal 1980 al 1985, mentre era Parroco di Panni D. Michele De Michele. Anche la nuova canonica, realizzata al rustico nel 1972, fu portata a parziale completamento negli anni successivi da D. Michele.
Al termine dell’anno scolastico 1978/79 cessò l’attività della Scuola materna per carenza di bambini e le suore Vocazioniste lasciarono Panni, dopo oltre vent’anni di presenza attiva.
SANT’AGATA DI PUGLIA
Cenni storici e religiosi
I resti dell’antica rocca detta Artemisium, costruita sul monte ov’è ora Sant’Agata di Puglia, dimostrano l’esistenza di essa all’epoca romana precristiana. Avrebbe l’età del ponte romano a tre grandi archi costruito sul fiume Calagio, nelle vicinanze della rocca. Era una fortezza militare in un punto strategico sulla via Appia; era “il vegliardo della montagna”. All’interno della rocca vi era un piccolo tempio dedicato alla dea Artemide, detta Ecate dai Romani.
Un primo insediamento attorno alla rocca avvenne in epoca medievale, durante il periodo longobardo, tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo. Per fronteggiare e scacciare dalla Puglia i Bizantini, i Longobardi costruirono molti castelli ben muniti e fortificarono quelli già esistenti, offrendo sicurezza e protezione agli abitanti delle terre adiacenti.
Fu durante la dominazione longobarda che l’antica Artemisium si denominò Sant’Agata. Tale nuova denominazione, più che per ragioni filologiche, secondo G. Maruotti fu dovuta ad una particolare circostanza storica: nel 592, per volontà di Papa Gregorio magno, furono trasferite da Catania a Roma le reliquie della Santa martire Agata. Il trasferimento delle reliquie, nel lungo itinerario attraverso varie località dell’Italia meridionale, comportò numerose soste e i monasteri benedettini dovettero costituire punti di riferimento, perché in essi il corteo dei prelati trovasse ospitalità e ristoro.
Anche il monastero dei benedettini di Cava, in Santa Maria di Olivola, nei pressi dell’Artemisium, dove, sia pure per breve tempo, fu ospite il Diacono Gregorio (futuro Papa Gregorio), dette accoglienza al corteo dei prelati e alle reliquie della Santa catanese. Questo straordinario evento suggerì la nuova denominazione. In onore di Sant’Agata, nella rocca o castello fu eretta una cappella al posto del tempietto dedicato alla dea Artemide.
Ai primi del VII secolo risale la Chiesa di S. Andrea Apostolo, sita nella parte alta del paese, dove iniziò il primo insediamento. Successivamente, alla fine del VII secolo, fu eretta la Chiesa di S. Michele Arcangelo, che fu sede della prima Parrocchia; questa nel 771 risulta amministrativamente soggetta al Vescovo di Benevento.
Nel secolo IX, S. Agata era sede di gastaldato: per l’ordinamento politico e amministrativo dei Longobardi, un ufficiale regio con poteri civili, militari e giudiziari aveva il compito di amministrare i beni della Corona. Nel secolo X, S. Agata con il suo territorio passò alla Diocesi di Bovino. La conquista del meridione ad opera dei Normanni fu segnata da guerre e distruzioni.
Nella seconda metà del XI secolo, Roberto il Guiscardo distrusse i Casali di Ascoli e Corneto a lui ostili; gli abitanti dei due Casali, scampati alla distruzione, trovarono rifugio altrove. In quel frangente, S. Agata offrì accoglienza e protezione a quelli di Ascoli e Corneto, che costituirono il secondo insediamento con relativa espansione abitativa entro le mura di fortificazione.
In questo periodo governarono la città numerosi principi (Landolfi e Pandolfi) e, dopo questi, divenne feudo regio. Nel 924 i Saraceni, con a capo il Sultano Saclabio, assediarono S. Agata e se ne impadronirono, anche se per breve tempo. Nel 1075 Roberto il Guiscardo fece di S. Agata un baluardo a difesa dei suoi sudditi Normanni stanziatisi nelle Puglie, dopo essersi liberato di Greci, Longobardi e Saraceni. Dopo la morte di Guglielmo il Buono, iniziò la guerra di successione tra Tancredi e i suoi oppositori che parteggiavano per Costanza, zia di Guglielmo. Tancredi per aver ragione dei suoi oppositori, espugnò diversi loro castelli. Anche il castello di S. Agata, presidiato da Roberto di Calagio, nel 1191 fu espugnato da Tancredi, re di Sicilia e Conte di Lecce.
Durante il periodo degli Svevi, nei primi anni del XIII secolo, trovò riparo in S. Agata il Conte Diopoldo, Duca di Spoleto, dopo la sconfitta subita nella pianura di Canne ad opera di Gualtieri, Conte di Brienne. Prima della fine dell’impero svevo, S. Agata era possesso dei Conti della Cerra. Nel periodo angioino, S. Agata subì vessazioni da parte di Filippo di Belmonte, governatrice della città, che non risparmiò neppure i Monaci Benedettini di S. Maria di Olivola. Poi passò a Goffredo Iavaniglia, il cui padre godeva i favori di Carlo II.
Durante il regno di Carlo II d’Angiò, con altre città della Capitanata, S. Agata contribuì alla riedificazione di Lucera devastata dai Saraceni. Carlo Artois, Signore di S. Agata e Cerignola, uno dei congiurati che uccisero Andrea, figlio di Carlo Uberto di Ungheria, custodì in S. Agata le notevoli ricchezze che aveva sottratto al tesoro di Roberto Re di Napoli. In quel periodo di congiure e di vendette tra nobili, esattamente nel 1348, S. Agata subì gravi danni a causa di un violento terremoto.
Dopo gli Angioini, governarono il Meridione gli Aragonesi. Alfonso I di Aragona, durante il suo regno, assicurò tranquillità e benessere, dette impulso all’arte e nel Tavoliere ordinò la riapertura dei tratturi per favorire i pascoli e il commercio. Nel periodo aragonese, S. Agata continuò ad avere importanza strategica. Fu Signoria degli Orsini, che ben governarono la città e per le loro opere si resero benemeriti agli occhi dei sudditi. Giacomo, l’ultimo degli Orsini, donò l’area dei suoi magazzini per costruire, fuori le mura, la Chiesa e il Convento destinati ai Francescani Conventuali. Si era nella seconda metà del XV secolo.
Fu probabilmente alla fine del XV o agli inizi del XVI secolo che per iniziativa di D. Nicola di Morellis de lo Zollo fu ricostruita la Chiesa di S. Nicola, destinata ad essere Chiesa Matrice di S. Agata; la presunta antica chiesa eretta in onore del Santo di Mira alla fine del XI secolo fu certamente demolita. Per la costruzione della nuova Chiesa si resero munifici gli Orsini. Agli inizi del XVI secolo si concluse con Federico III il periodo degli Aragonesi.
Al governo del Regno di Napoli furono i Vicerè di Spagna, che rafforzarono l’accentramento politico del Regno. Il governo di S. Agata passò dagli Orsini ai Loffredo, a cominciare dalla fine del XVI secolo. Durante il loro lungo periodo di Signoria, i Loffredo si resero assai munifici. In particolare vengono ricordati i due Carlo Loffredo, senior e junior; il primo concorse sostanziosamente all’edificazione del Monastero dei Benedettini Verginiani e del Convento dei Riformati, dedicato a S. Carlo, in omaggio al benefattore; il secondo assicurò ai Frati del Convento S. Carlo quanto occorresse al loro mantenimento.
Prima e durante la signoria dei Loffredo, si contavano in S. Agata famiglie che per ricchezze, magnanimità e munificenza cercavano di emergere, ma non sempre tra loro correva buon sangue. Nel 1656 scoppiò la peste bubbonica per tutta l’Italia e S. Agata, in quel doloroso frangente, ebbe limitate vittime, grazie alle precauzioni prese per far fronte al contagio e alla caritatevole assistenza offerta dai Religiosi dei Conventi dell’Annunziata e di S. Maria delle Grazie, dove furono accolti e assistiti gli appestati.
Nel 1700, la guerra di successione spagnola si risolse in favore della dinastia Borbonica, che tranne la breve parentesi di governo austriaco e di quello napoleonico, segnerà la storia del regno di Napoli per circa due secoli. Nel 1731 e 1732, S. Agata, rimasta indenne dai terremoti che ridussero Foggia ad un cumulo di macerie e recarono danni a diversi centri dell’Irpinia, si dispose ad accogliere nelle sue mura i tanti sinistrati in cerca di siti sicuri. Oltre trent’anni dopo, nel 1764, un’altra calamità si abbattè su diverse regioni d’Italia: la carestia, che causò morte a uomini e a bestie e indusse tanti a predare e saccheggiare per sopravvivere.
Per soccorrere tanti poveri affamati, il Beato Antonio Lucci, Vescovo di Bovino, e S. Alfonso de’ Liguori, Vescovo di S. Agata dei Goti, dettero fondo a tutte le loro disponibilità. Negli anni del governo napoleonico, per le leggi eversive promulgate da Gioacchino Murat, i Monaci Verginiani, i Conventuali e i Riformati furono costretti ad abbandonare i loro rispettivi Conventi.
Quello di S. Carlo divenne successivamente luogo di convegni di un gruppetto di Carbonari Santagatesi, che comprendeva anche due o tre preti, adepti in buona fede. Nel 1830 diversi Comuni interessati, compreso quello di S. Agata, tentarono la realizzazione di strade carreggiabili per agevolare le comunicazioni e il traffico commerciale, ma fu solo un… tentativo: i lavori si protrassero a lungo e non ebbero esito per mancanza di mezzi e di solerzia.
Nel 1837 scoppiò il colera e S. Agata ne rimase quasi immune. Nel 1860, con l’avvento dell’Unità d’Italia, i Santagatesi aderirono al nuovo regime, contribuendo con la formazione di guardie nazionali all’ordine dei due Ufficiali Barbarito e Del Buono. Si istituì in S. Agata la scuola pubblica e nel 1867, sussidiato dal Municipio, sorse il Ginnasio-Convitto con sede nel piccolo edificio di S. Maria delle Grazie, sotto la direzione di Don Giuseppe Danza.
Ma l’esperienza del Convitto durò relativamente poco, perché venne meno l’aiuto economico. Durante l’amministrazione del Sindaco Costantino Volpe, S. Agata fu dotata dell’Ufficio telegrafico. Verso la fine del secolo scorso, anche i Santagatesi patirono i due fenomeni che hanno segnato la storia del Meridione in quel periodo: il brigantaggio e l’emigrazione. Le quotizzazioni decise dal Comune non garantirono a tutti terra e lavoro.
Nel 1901, a perenne ricordo del XIX secolo della Redenzione, fu eretta sul Monte una monumentale Croce, per iniziativa dell’Arciprete Giuseppe Danza e del Prof. Lorenzo Agnelli e grazie al concorso generoso dei fedeli. Si chiama tuttora il Monte della Croce. Nel primo conflitto mondiale anche S. Agata pagò il suo contributo di vittime ed eroi per riscattare le regioni del Nord Est d’Italia.
Durante il periodo di regime fascista, il fenomeno dell’emigrazione cessò temporaneamente, ma dopo il secondo conflitto mondiale riprese sia per ragioni di lavoro e di sicurezza economica sia per ragioni di studio, di… università. Il 9.4.1948 S. Agata fu visitata dalla statua dell’Incoronata, portata pellegrina per i paesi e le città della Provincia, esperienza che, a distanza di 40 anni, i Santagatesi rivissero con identico slancio di Fede e di devozione il 5.2.1988, in coincidenza della festa patronale.
Negli anni 1968/69, caratterizzati dal boom economico, S. Agata si dotò della nuova sede Municipale; anche sotto l’aspetto scolastico, oltre la scuola media inferiore, gli studenti santagatesi hanno modo di continuare gli studi superiori di indirizzo professionale presso l’Istituto Professionale – sezione staccata di Foggia. Nel 1980-81 fu inaugurata la nuova strada, più ampia e comoda rispetto all’antica, che da fondo valle sale a S. Agata. Negli ultimi anni vi è stato un incremento edilizio nelle zone periferiche della città.
Il 14.9.1988, festa dell’Esaltazione della S. Croce, partecipe numerosa folla, fu inaugurata l’illuminazione della Croce collocata sul Monte all’inizio di questo secolo. L’illuminazione della Croce era vivo desiderio, già dal 1978, del Signor Pasquale Castello, santagatese residente a Roma. L’iniziativa trovò consenso e partecipazione del Parroco e della cittadinanza, che valsero a superare i vari ostacoli tecnici, economici e burocratici. È in progetto la realizzazione della Via Crucis con le 14 stazioni collocate lungo il sentiero che conduce al Monte della Croce.
Fino agli inizi degli anni ’90 non era ben chiaro se la città avesse come Patrona S. Agata V. M. o come Patrono S. Lorenzo M. Furono i documenti storici prodotti dal Parroco D. Michele Falcone a far luce sulla faccenda. Lo stesso don Michele con lettera dell’11.6.1987 chiese l’autorevole intervento di Mons. De Giorgi per definire ogni cosa in merito, ma non se ne fece nulla. La questione fu ripresa da Mons. Casale, che fece pervenire al Sindaco una documentata richiesta il 23.2.1990.
Il 14.3.1991, a seguito di detta richiesta, la Giunta Municipale, presieduta dal Sindaco dott. Lino Mele, stabilì all’unanimità che Patrona della città è Sant’Agata V. M. e che il 5 febbraio, memoria della Santa, è giorno festivo per il Comune.
Tra i suoi figli più illustri, S. Agata conta uomini di cultura e di grande virtù: gli storici D. Lorenzo Agnelli, Prof. Gerardo Maruotti, Prof.ssa Dora Donofrio Del Vecchio; il compositore musicista Giuseppe Marotta; i magistrati Senatore Francesco Danza, Procuratore di Re Vittorio Emanuele III, e il Dr. Gennaro Di Miscio; poeti, scrittori e commediografi: Avv. Costantino Volpe, Prof. Enzo Contillo e Arch. Gino Marchitelli; tra il Clero spiccano, oltre D. Lorenzo Agnelli, le figure del Vescovo, Mons. Gerardo Antonio Volpe, e il fondatore della Casa del S. Cuore, Mons. Donato Pagano.
Inizialmente il numero dei sacerdoti era proporzionato a quello degli abitanti, poi crebbe al punto da contare più di sessanta su 4000 abitanti. Al mecenatismo del clero locale provvedevano i fedeli. In seguito con le rendite dei Legati e dei benefici elargiti alle Chiese e col congruo compenso del Comune previsto dal Concordato del 1818, i preti poterono, anche se numerosi, vivere dignitosamente e più liberamente dedicarsi al ministero, che espletarono sempre con abnegazione e con merito.
Tra i Sacerdoti eminenti per cultura e virtù, S. Agata ricorda con orgoglio l’elezione a Vescovo di Nocera dei Pagani di D. Gerardo Antonio Volpe: fu eletto da Papa Benedetto XIV il 18.12.1744. Altro segno di riconoscimento degli alti meriti del clero locale: su proposta della Curia Vescovile di Bovino, la S. Sede consentì nel 1786 l’uso della mozzetta di raso rosso, orlata di ermellino bianco, nelle celebrazioni liturgiche.
Tanti preti, ma anche tante chiese. Entro l’abitato, oltre le parrocchiali: la Chiesa del Carmine, accanto a quella di S. Nicola, che iniziò a funzionare nel 1768, vi ebbe sede la Confraternita omonima, costituita da devoti artigiani e riconosciuta da Regio Assenso nel 1808; la chiesetta della SS. Trinità sorta nel 1720 per opera e devozione di Francesco Antonio Basso e le chiesette della Madonna del Soccorso, dell’Addolorata, del Salvatore, del Purgatorio, di S. Biagio, di S. Abbondio.
Fuori le antiche mura: oltre S. Pietro e S. Maria di Olivola, vi era l’Abbaziale di S. Antonio Abate, sorta accanto al Convento-Ospizio, distante poco più di un chilometro a Nord del Ponte Romano, costruito dai Cavalieri Teutonici sui ruderi di un fortino romano come punto di sosta e di ristoro per i viandanti della Via Appia; nei secoli XVII e XVIII fu utilizzato come pedaggio doganale.
Dopo l’Unità d’Italia, divenuto il caseggiato proprietà di un colono, la chiesa fu ridotta a deposito di paglia e, infine, andò distrutta da un incendio. La sacrestia, rimasta indenne, fu adattata a Cappella di S. Antonio nel 1867. Nel 1621, accanto alla Chiesa di S. Maria delle Grazie (del XI secolo), sorse il Monastero dei Benedettini Verginiani, che ben operarono per l’educazione religiosa e culturale della gioventù santagatese.
Nel 1850 il Monastero, da tempo abbandonato dai Monaci a causa delle leggi eversive, passò in proprietà al Comune che lo ristrutturò e utilizzò come pretura, carceri, ospedale e Ginnasio-Convitto; la chiesa, anch’essa fu restaurata per iniziativa della omonima Confraternita e con le offerte dei fedeli. Dove oggi sorge il campo sportivo vi erano la Chiesa di S. Carlo e l’attiguo Convento dei Francescani Riformati, costruiti nei primi del ’600 per iniziativa del Vescovo Mons. Tolosa e la Marchesa di S. Agata, Eleonora Crispani.
Il Convento iniziò a funzionare dal 1613 e nel 1664 fu sede dello studentato di Filosofia e Teologia. Abbandonato dai Frati, espulsi a causa della soppressione dei Religiosi, il Convento, per danni subiti e per incuria, andò in fatiscenza, tanto che nel 1965 si decise di sgombrare quell’area dai ruderi per realizzare il campo di calcio. Nel 1448, sull’area dei magazzini Orsini, nella parte bassa di S. Agata, poco fuori delle antiche mura, furono costruite chiesa e convento. La Chiesa fu dedicata alla SS. Annunziata e il Convento fu destinato ai Frati Conventuali.
Successivamente, all’unica navata fu aggiunta una cappella dedicata a S. Antonio da Padova. Fu il Vescovo di Bovino, Pietro Scalera, a decidere la presenza in S. Agata dei Frati Conventuali e fu il Duca Francesco Orsini a finanziare la costruzione della chiesa e del convento e a dotarli dei proventi necessari al mantenimento dei Frati. La Chiesa fu sede delle Confraternite dell’Annunziata e di S. Antonio. Nell’epoca barocca subì trasformazioni interne.
Nel 1656 i Frati si prodigarono per l’assistenza ai colpiti di peste. Nel 1809 a causa della soppressione dei Religiosi, i Frati abbandonarono S. Agata e il convento passò in proprietà dello Stato; solo la Chiesa continuò a funzionare. Nel 1920 fu arricchita di stucchi dalla Ditta Fratelli Veneziani dell’Aquila, su commissione delle Confraternite. Nel 1935 fu realizzata la facciata e nel 1943 fu eretto il nuovo campanile.
Nel 1953, per interessamento di Mons. Remigio Cela, i Frati tornarono nel loro Convento e nel 1959, su progetto dell’Arch. L. Marchitelli e con i finanziamenti del benefattore Gennaro Fredella, l’Impresa Ing. F. Agnelli realizzò il Collegio per i fratini. Nel 1976 si conclusero i lavori di restauro diretti dall’Ing. Vitagliano su progetto di Marchitelli.
La pietà verso gli orfani e i vecchi abbandonati spinse Mons. Donato Pagano a realizzare un istituto per dar loro assistenza e ospitalità: la Casa del S. Cuore di Gesù. Nel 1918 lo scultore Natola di Foggia disegnò il progetto e si dette inizio ai lavori, portati a termine nel 1926. Mons. Cuccarollo, però, la inaugurò l’8.5.1924. Nel 1938 fu costruito un corridoio coperto che collega la Casa con la Chiesa Parrocchiale di S. Angelo.
Nel 1976 il Presidente della Casa, Cav. Perrone, con la guida esperta dell’Arch. Marchitelli, fece ristrutturare e restaurare l’istituto. Fin dall’inizio la gestione delle diverse attività fu affidata alle Suore Missionarie del S. Cuore o Apostole del S. Cuore di Gesù.