XI Domenica del T.O. – Ordinazione presbiterale di Antonio Argentino

Omelia mons. Ferretti, chiesa collegiata Santissima Annunziata in San Marco in Lamis, 13 giugno 2026

“Gesù vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Sono le folle dei tanti che desiderano incontrare il Signore, che hanno fame del pane di vita: chi darà loro il cibo dell’Eucaristia, la medicina dei Sacramenti, la sapienza e la consolazione della Parola di Dio?

Tanti guardano alla Chiesa come un faro di pietà, di misericordia, di solidarietà. Tanti invece credono di non aver bisogno di Dio ma poi naufragano nelle angosce della vita, disorientati dagli accadimenti e da un mondo sempre più tecnocratico e mercato. Un mondo come un mare in tempesta, sbattuto da guerre e poteri tanto forti quanto sconosciuti. Tanti volti disperati e impauriti di fronte alla malattia e alla morte.

A tutti questi Gesù guarda con compassione e così ne coglie lo sbandamento e ne soffre interiormente. Nel Sacro Cuore di Gesù si spande una immensa tenera preoccupazione per tutti gli uomini e le donne. Non solo del suo piccolo gregge si sente padre, ma di chiunque incontra.

Nel primo dopo guerra a Parigi il Cardinal Suhard passando in auto, volgendo lo sguardo ad una grande città fatta di molti disorientati che non avevano trovato nella laicità una strada di senso, piangendo, recitava come un rosario queste parole: “Tutti figli miei, sono tutti figli miei”.

Questa è la compassione del Pastore, la compassione del Signore. L’evangelista fa discendere direttamente da questa compassione la decisione di Gesù di scegliere dodici discepoli per coinvolgerli nella sua missione. Alcuni studiosi vedono qui il passaggio da una predicazione solitaria di Gesù alla scelta di una comunità sua e tutta missionaria. Il primo gruppo di dodici era eterogeneo sia per origine che per condizione o appartenenza. Il Signore li chiama per nome, li costituisce, invocherà poi su di essi lo Spirito Santo.

Da quel giorno ciò che conta è soltanto l’adesione alla scelta di Gesù. I dodici non furono più riconosciuti e additati come il pubblicano, lo zelota, il pescatore, bensì come quelli che stanno con Gesù, il Nazareno. Gesù ha cambiato la loro storia. Così come ha cambiato il nome di Simone in Pietro. Il loro nuovo nome è “discepoli di Gesù”: svolgono la sua stessa missione, parlano la stessa lingua, compiono le sue stesse opere. Ad Antiochia, pochi decenni dopo, saranno chiamati semplicemente “cristiani”. Sì don Antonio, chi diviene discepolo di Gesù non è più come prima. Da quel momento – come scrive l’evangelista – è un’altra persona.

Riceve un “potere” che prima non aveva, quello di scacciare gli spiriti immondi, di guarire ogni malattia e infermità. E il potere evangelico di scacciare gli spiriti di solitudine, i tarli del male che si insinuano nei cuori. E questo è un potere che è dato ai discepoli di ogni tempo. Ogni cristiano che ascolta il Vangelo e cerca di seguirlo, riceve, sin dal battesimo, la forza dello Spirito Santo. È dato a tutti. E tutti hanno il dovere di esercitarlo. Un dovere primario, ricevuto direttamente dall’alto. Certo, è un potere che possiamo chiamare “debole” per non confonderlo con quello della politica, dell’economia o delle armi. Il nostro unico potere è l’Amore e la saggezza divina e umana che da esso proviene.

Oggi in virtù dell’ordinazione presbiterale, questo potere è conferito per opera dello Spirito Santo in modo particolare a te caro Don Antonio: esercitalo con carità. Vieni a sostegno della nostra debolezza, affiancati a noi, sostienici nel desiderio di raggiungere tutti. Immergiti nel Vangelo e respira con angoscia la compassione di Gesù per le folle di questa terra: i giovani in cerca di senso, spaventati del futuro; gli immigrati in cerca di casa, lavoro, famiglia; i padri senza lavoro; i delusi dalla politica, dalla società, dalla Chiesa. Cercali, incontrali con gentilezza e con il sorriso tenero di chi non vuole imporre una dottrina ma è preoccupato per la loro felicità. Ama tutti, anche i peggiori, in modo virile, come Gesù. Questo è il celibato, non la frigidità di chi non si affeziona a nessuno, ma la tensione di raggiungere tutti, di allargare il proprio cuore, per fare spazio ai vicini e ai lontani, ai buoni e ai cattivi.

“Non procurarti oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone”. Che squallore, Antonio, un prete attaccato al denaro, mondanizzato nel vestire e nei costumi, un prete che ricerca le compagnie dei salotti buoni o la protezione e la benevolenza dei potenti. L’unico nostro tesoro è il Vangelo del regno, la buona notizia del Vangelo che inizia una storia nuova, di fraternità, di giustizia.

Caro Antonio, credimi, io lo posso testimoniare con certezza: tutto quello che non cerchiamo smaniosamente, dannandoci l’anima, paradossalmente ci viene dato in abbondanza. Tu cerca solo il Vangelo che è una forza che cambia la storia, anche quella dei nostri giorni, mentre muove folle stanche e sfinite spesso costrette a confrontarsi con mercenari e lupi che le vessano. Don Antonio: difendi i poveri! Appassionati al loro fianco; scaccia i mercanti dal tempio e mantieniti puro e irreprensibile di fronte alle tentazioni del mondo: divieni esempio da additare e imitare.

È troppo quello che Gesù ti chiede? Ai discepoli sempre più stupiti, Gesù aggiunge: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. In un modo mercato, dove tutto si compra, vende, desidera, in questa nostra terra dove per soldi e potere si ruba e si uccide, tu tieni alta la testa. Fiero della tua onesta, predica il sacrificio che vivrai, perché solo con sacrificio si più cambiare la società. Sì, è tanto quello che ti si chiede, ma non sentirti mai solo. Sostieniti e resta unito nell’obbedienza al tuo vescovo, lasciati voler bene dal presbiterio, e edificalo con la tua entusiastica gioventù.

E te lo ripeto, rispetta e guarda con tenerezza tutti. Non innalzarti mai, ricorda che siamo tutti in quella folla, tutti dei poveracci, ma abbiamo un Pastore, il Signore Gesù non ci abbandonerà mai, non si dimenticherà mai di noi. Resta unito a lui nella preghiera e nella fede: Lui è la nostra speranza, non resteremo delusi. Amen.

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