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Venerdì Santo, il grido dell’Arcivescovo: Impegniamoci a vivere disarmati sotto le croci del mondo

di Fabio Beretta

Un appello alle coscienze contro ogni forma di violenza e un invito deciso a rifiutare la prepotenza della guerra impegnandosi “a vivere disarmati, miti, indifesi e liberi sotto le croci del mondo”. Da piazza XX Settembre si alza forte la voce dell’Arcivescovo che, come da tradizione, nella sera del Venerdì Santo, al termine della lunga Via Crucis con la processione dei “misteri”, ha rivolto il suo messaggio alla Città.

Un messaggio risuonato non solo a Foggia, ma anche in ogni parrocchia e piazza delle varie località disseminate sul territorio dell’Arcidiocesi. Il testo, infatti, è stato diffuso anche ai parroci e ai religiosi che lo hanno letto nelle diverse celebrazioni e processioni che si sono svolte nella giornata odierna.

Al centro della riflessione dell’Arcivescovo c’è il racconto evangelico della condanna a morte di Gesù: un evento non casuale ma frutto di una “scelta politica” precisa, dettata dalla “paura e dalla difesa del potere”. Una dinamica che, ha rimarcato mons. Ferretti citando Leone XIV, si ripete ancora oggi: “Quanti calcoli si fanno nel mondo per uccidere innocenti”.

Davanti al simulacro dell’Addolorata e del Cristo morto, che nel pomeriggio hanno sfilato in processione nelle vie del centro storico, altra zona di Foggia troppo spesso segnata da episodi di violenza, giovanile e non, il presule ha messo in evidenza le radici di questi atti criminosi: “la ricerca del potere, il denaro, il fanatismo”. Del resto, ha ammonito l’Arcivescovo, i conflitti che insanguinano il mondo, così come i litigi quotidiani che avvengono a tutti i livelli della società quotidianamente, sono frutto di una “idolatria del potere e del denaro”.

Da qui l’appello diretto ai giovani “Non cediamo alla logica amico-nemico. Non lasciamoci ingannare da false ragioni date per uccidere. Liberiamoci dalla ricerca del potere, dal voler avere sempre ragione, dal crederci migliori, superiori agli altri; liberiamoci dalla schiavitù del denaro che acceca la carità. Dobbiamo ribellarci”.

“Fratelli, basta ai coltelli nelle mani dei giovani. Basta pistole e fucili che sparano in faccia agli uomini. Basta violenza piccola e grande nella società. Basta alle piccole angherie quotidiane che ognuno di noi fa, anche solo nei gesti. Basta alle nostre parole violente che talvolta tagliano più della spada”, ha tuonato il presule con un chiaro riferimento al metodo mafioso che avvelena questa terra.

Davanti alla croce sulla quale venne inchiodato Cristo, ha concluso l’Arcivescovo, i fedeli sono chiamati a una scelta chiara: vivere “disarmati”, liberi dall’odio e capaci di costruire relazioni sane. Un cammino di conversione che mons. Ferretti ha affidato all’intercessione della Madonna Addolorata.

Terminato il discorso, mons. Ferretti ha benedetto i fedeli presenti con le reliquie della Passione. Si tratta di cinque frammenti provenienti dalla Terra Santa e incastonati in un reliquario ligneo e disposti a formare una croce. Nella parte alta vi è un pezzo della colonna alla quale Gesù è stato legato per essere flagellato. Nella parte centrale, da destra, vi è un frammento della roccia del Santo Sepolcro, il legno della Santa Croce e una parte della roccia sulla quale fu issata la croce. In basso, una piccola pietra proveniente dalla sala nel quale Cristo consumò l’ultima cena con i suoi apostoli.

La Via Crucis nel ricordo dei missionari martiri

Il messaggio, come accennato, ha segnato la conclusione di quello che è stato un cammino di fede che ha attraversato le strade della città e, allo stesso tempo, le ferite del mondo. E’ stato questo il senso profondo della Via Crucis del Venerdì Santo, animato in collaborazione con l’Ufficio Missionario Diocesano e dedicato alla memoria dei missionari martiri che hanno sacrificato la vita per il Vangelo nel mondo.

Le meditazioni proposte, liberamente tratte dal “In cammino con il Maestro. Via Crucis, scuola di discepolato” di don Antonio Menichella, hanno voluto tracciare un itinerario intenso capace di unire il racconto evangelico della Passione di Cristo alle sofferenze che in molti, ancora oggi, soffrono e vengono uccisi solo perché cristiani. Stazione dopo stazione, la figura di Gesù che va incontro alla croce è diventata lo specchio delle tante croci che segnano l’umanità di oggi: guerre, ingiustizie, solitudini, violenze quotidiane.

Il percorso spirituale ha interpellato direttamente i fedeli. Nelle riflessioni è emersa con forza la responsabilità personale e collettiva davanti al male: il rischio dell’indifferenza, la tentazione del giudizio, la facilità con cui si cede alla logica della sopraffazione. La condanna di Gesù, innocente, richiama infatti tutte le ingiustizie che ancora oggi colpiscono i più deboli.

Particolarmente significativo il richiamo alla violenza diffusa nella società. Le meditazioni denunciano non solo i grandi conflitti che insanguinano il mondo, ma anche le forme più nascoste e quotidiane di aggressività: parole che feriscono, relazioni spezzate, egoismi che isolano. La Via Crucis è diventata così un invito a riconoscere le proprie responsabilità e a scegliere un cambiamento concreto.

Accanto al dolore, però, si fa spazio la speranza. Lungo il cammino verso il Calvario, sono emersi segni di consolazione e di umanità: gli incontri di Gesù con sua Madre, con la Veronica, con il Cireneo. Gesti semplici che indicano una strada possibile anche oggi: farsi carico degli altri, condividere il peso, asciugare le lacrime di chi soffre.

Il culmine è segnato dalla croce, vissuta non come sconfitta ma come luogo di amore totale. Da qui l’invito a uno stile di vita nuovo, fondato sul perdono, sulla mitezza e sull’accoglienza. Un messaggio che si traduce in un impegno concreto: costruire relazioni più umane e disarmate, dentro le famiglie e nella società.

La processione dei Misteri e dell’Addolorata, profondamente radicata nella tradizione foggiana, si è confermato così non solo come evento di devozione popolare, ma anche come occasione di riflessione collettiva. Un momento in cui la città è stata chiamata a fermarsi, guardarsi dentro e ritrovare, alla luce della croce, il senso più autentico della convivenza.