Dal buio del sepolcro alla luce dell’alba, dal dolore alla gioia: è il cammino delle donne narrato nel Vangelo, che diventa immagine del percorso di ogni credente. Recatesi al sepolcro di Gesù con il cuore segnato dalla sofferenza, lo trovano vuoto e ricevono un annuncio sconvolgente: Cristo è risorto e le precede in Galilea.
Lo ha sottolineato a più riprese l’Arcivescovo Ferretti che questa sera, nella basilica Cattedrale di Foggia, ha presieduto i riti che compongono la solenne Veglia Pasquale, amministrando anche i sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo, confermazione e prima comunione) a tre catecumeni.

Ai simboli della luce del fuoco, dal quale è stato acceso il cero pasquale, e dell’acqua santa, il presule, nella lunga omelia, ha accostato l’immagine del movimento che si innesca con la risurrezione di Cristo. Del resto è proprio qui che si gioca il significato profondo della Pasqua, intesa come passaggio: dalla tristezza alla speranza, dalla rassegnazione alla missione. Le donne, infatti, non restano ferme davanti alla tomba, ma corrono ad annunciare ai discepoli la novità che cambia la storia.
Un invito che interpella anche l’uomo di oggi, spesso schiacciato da delusioni, paure e incertezze. I “sepolcri” contemporanei, fallimenti, sfiducia, ingiustizie, solitudine, come li ha definiti mons. Ferretti, rischiano di “spegnere la speranza e bloccare il cammino”. Ma il messaggio pasquale rompe questa immobilità: “non c’è più spazio per la rassegnazione, perché la vita ha vinto sulla morte”.
“Andare in Galilea” diventa allora un’immagine concreta per la vita cristiana. Da un lato significa uscire dalle proprie chiusure, “abbandonare la paura” e aprirsi alla missione, “portando l’annuncio della Risurrezione a chi lo attende o lo ha dimenticato”. Dall’altro, indica “un ritorno alle origini della fede, a quel primo incontro con Cristo che ha cambiato la vita e acceso la speranza”.

La Pasqua, dunque, non è solo “memoria di un evento passato, ma un’esperienza viva che spinge a guardare avanti con fiducia. Per rinascere, è necessario “fare memoria di quel momento in cui si è incontrato il Signore”, riscoprendo la forza di un amore che rinnova e rimette in cammino.
“Ricordare e ripartire” è stato l’invito finale: tornare cioè alla propria “Galilea”, luogo del primo incontro concreto con Dio, per riscoprire la gioia della fede e affrontare il futuro con uno sguardo nuovo. Perché, “se Cristo è risorto, nulla è perduto e ogni vita può ricominciare”.