“Io ho fatto il mio dovere, Cristo vi insegni a fare il vostro”. Le ultime parole che Francesco d’Assisi, al secolo Giovanni di Pietro di Bernardone, avrebbe pronunciato prima di congedarsi da questo mondo sono molto più di un lascito morale. E per la Capitanata, terra benedetta da Dio con la sua presenza, rappresentano il punto di partenza di una storia che da otto secoli intreccia memoria, devozione e tradizione, tramandando il racconto di un suo presunto passaggio anche a Foggia.
Documenti storici che attestino il passaggio del poverello in questi luoghi, infatti, non esistono. Anche le prime fonti biografiche tacciono su questo. Nelle opere di Tommaso da Celano, autore della Vita prima e della Vita seconda di Francesco, non compare infatti alcun riferimento a una sosta del Santo né in Capitanata né alla grotta-santuario di Monte Sant’Angelo.
Celano racconta ampiamente la devozione di Francesco per San Michele Arcangelo, ricordando anche il digiuno di quaranta giorni in onore del principe degli angeli, ma non parla di un suo pellegrinaggio fisico al Gargano. Lo stesso episodio non compare neppure nelle biografie di San Bonaventura né nelle altre prime testimonianze sulla vita del poverello.
La notizia di una visita di Francesco a Monte Sant’Angelo, insieme al successivo pellegrinaggio alla tomba di San Nicola a Bari, emerge infatti soltanto molto più tardi, nel 1385, nell’opera De conformitate vitae B. P. Francisci ad vitam Domini Jesu di Bartolomeo da Pisa. Un’eccezione è rappresentata da un brevissimo accenno a un passaggio a Bari contenuto nella Vita seconda di Tommaso da Celano, redatta tra il 1246 e il 1247. Si tratta, comunque, di una testimonianza che non documenta una visita a Monte Sant’Angelo. E l’intervallo di oltre un secolo e mezzo dalla morte di Francesco con l’altro documento rende quindi necessario distinguere il dato documentario dalla tradizione agiografica successiva.
A Foggia, recentemente, sono stati ritrovati negli spazi dell’ex distretto militare ambienti ipogei riconducibili a quello che potrebbe essere il primo convento francescano dell’area e che secondo la tradizione sarebbe stato fondato dal beato Giacomo d’Assisi, discepolo e compagno di San Francesco. Il primo di una lunga serie. Dai monti dauni al Gargano, tutta la Daunia è permeata dalla spiritualità francescana. Ma se è vero che non esistono documenti storici che attestano la presenza fisica del Patrono d’Italia in questa terra, viene da chiedersi come mai le campane dei conventi francescani continuino a scoccare i propri rintocchi dopo ottocento anni.
La risposta, probabilmente, non va cercata soltanto nelle tracce lasciate da Francesco lungo le strade che percorse in prima persona, ma soprattutto nel messaggio che la sua vita continua a consegnare. Un messaggio che non ha bisogno di una prova documentaria del suo passaggio per essere ancora vivo. Oggi siamo tentati di incasellare Francesco nelle categorie che distinguono la nostra società: un ambientalista, un pacifista, un riformatore, un uomo del dialogo. Ma Francesco è stato molto di più. È stato, prima di tutto, un uomo che ha scelto di vivere il Vangelo nella sua radicalità, fino a diventare, otto secoli dopo, una figura capace di parlare ancora a un mondo attraversato dalle guerre, dalle divisioni e dalle disuguaglianze.
Lo ha ricordato anche il Cardinal Zuppi nell’omelia pronunciata in occasione della Messa solenne che ogni anno si celebra ad Assisi alla presenza del Presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato. Richiamando il celebre “Laudato si'” come una preghiera che non appartiene soltanto al passato, ma continua a interrogare il presente, il Presidente della CEI ha ricordato che “frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole”, indicando nella figura del poverello un uomo capace di trasformare la propria esperienza in una testimonianza universale.
È forse questa la ragione per cui Francesco continua a essere presente anche là dove la storia non riesce a dimostrare che sia fisicamente passato. La sua eredità non coincide con un itinerario geografico. È fatta di pace, di fraternità, di povertà vissuta come libertà, di attenzione verso gli ultimi e di una capacità radicale di incontrare l’altro senza considerarlo un nemico.
Francesco non disarma con la forza, ma con la relazione. “Disarma il lupo chiamandolo frate”, perché riconoscere nell’altro un fratello significa restituirlo alla comunità e aprire uno spazio possibile per la pace. Un messaggio particolarmente attuale in un tempo nel quale, come ha sottolineato il porporato, la guerra rischia di essere considerata un destino inevitabile e la forza delle armi una scorciatoia alla soluzione dei conflitti.
Francesco, invece, continua a indicare un’altra strada: quella del dialogo, della pace e dell’incontro. “Non con la spada, ma con il dialogo”, perché la fraternità non è una formula astratta, ma una scelta concreta che chiede di avvicinarsi all’altro senza supponenza e senza distanza.
A ottocento anni dalla sua morte, dunque, la domanda non è soltanto se Francesco sia passato da Foggia. È anche che cosa, della sua vita e del suo messaggio, sia rimasto qui. “Non un mondo da difendere, ma da abbracciare”. È forse questa, più di qualsiasi itinerario non documentato, la traccia più autentica lasciata da Francesco. Una traccia che non ha bisogno di essere ritrovata negli archivi, perché continua a essere percorsa ogni volta che qualcuno sceglie la pace, il dialogo, il servizio e la cura dell’altro.