Pasqua di Risurrezione 2026

Omelia mons. Ferretti, basilica Concattedrale di Bovino, 05 aprile 2026

La notte volge al termine e cominciano già a spuntare i primi bagliori dell’alba, quando le donne si recano al sepolcro di Gesù. Camminano a passo incerto, lo sguardo smarrito e il cuore lacerato dal dolore per quella morte che ha strappato loro l’Amato. Ma giunte lì, vedendo il sepolcro vuoto, ascoltando l’inaudito dal messaggero celeste, invertono la rotta, cambiano strada; abbandonano il sepolcro e corrono ad annunciare ai discepoli una nuova via: Gesù è risorto e li aspetta in Galilea. Nella vita di queste donne è avvenuta la Pasqua, che significa passaggio: infatti, passano dal camminare tristi verso il sepolcro a una corsa gioiosa fino ai discepoli, per dire loro non solo che il Signore è risorto, ma che c’è una meta da raggiungere immediatamente: la Galilea. L’incontro con il Risorto è lì. La rinascita dei discepoli, la risurrezione del loro cuore passa per la Galilea. Entriamo anche noi in questo loro cammino dei discepoli, che va dal sepolcro alla Galilea.

Le donne, dice il Vangelo, «andarono a visitare il sepolcro» (Mt 28, 1). Pensano che Gesù si trovi nel luogo della morte, e che tutto sia finito per sempre. A volte capita anche a noi di pensare che la gioia dell’incontro con Gesù appartenga al passato, mentre ciò che il presente ci fa conoscere sono soprattutto sepolcri sigillati: i sepolcri delle nostre delusioni, delle nostre amarezze e della nostra diffidenza, quelli del «non c’è più nulla da fare», «le cose non cambieranno mai», «meglio godersi la vita giorno per giorno» perché «del domani non siamo sicuri».

Anche noi, se siamo stati schiacciati dal dolore, oppressi dalla tristezza, umiliati dal peccato, amareggiati da qualche fallimento o oppressi da qualche preoccupazione, abbiamo provato l’amaro sapore della stanchezza e abbiamo visto la gioia spegnersi nel cuore.

A volte sentiamo semplicemente il peso di portare avanti la vita quotidiana, stanchi di scontrarci personalmente contro una sorta di muro di gomma di un mondo in cui sembrano prevalere sempre le leggi del più astuto e del più forte. Come la guerra che ormai pare normale, inevitabile, talvolta opportuna, giusta. E noi non possiamo farci niente.

Altre volte ci sentiamo impotenti e scoraggiati di fronte al potere del male, ai conflitti che lacerano le relazioni, alle logiche fatte di calcolo e indifferenza che sembrano governare la società, al cancro della corruzione, e ce n’è tanta, più di quanto si percepisca, alla diffusione dell’ingiustizia.

Forse ci siamo trovati di fronte alla morte, che ci ha strappato la dolce presenza dei nostri cari o ci ha sfiorato per un soffio con la malattia o le calamità, e siamo facilmente caduti vittime della delusione, mentre la fonte della speranza si è prosciugata. Così, per queste o altre situazioni – ognuno di noi conosce le proprie -, i nostri cammini si fermano davanti alle tombe e noi restiamo immobili a piangere e a lamentarci, ripetendo, soli e impotenti, i nostri «perché». Una lunga catena di «perché»…

Al contrario di noi, le donne a Pasqua non restano paralizzate davanti a una tomba, ma – dice il Vangelo – «allontanandosi rapidamente dal sepolcro, piene di timore e di grande gioia, le donne corsero a dare la notizia ai discepoli» (28, 8). Portano la notizia che cambierà per sempre la loro vita e la storia: Cristo è risorto! (28, 6). E, allo stesso tempo, custodiscono e trasmettono la raccomandazione del Signore, il suo invito ai discepoli, cioè che partano per la Galilea, perché là lo vedranno (cfr. 28, 7).

Ma, fratelli e sorelle, oggi ci chiediamo: che cosa significa per noi andare in Galilea? Essenzialmente due cose per noi.

La prima: uscire dalla chiusura del Cenacolo per recarsi nella regione abitata dai pagani (cfr. Mt 4, 15), uscire dal nascondiglio per aprirsi alla missione, sfuggire alla paura per camminare verso il futuro. Apriamo le chiese e le nostre comunità. Non chiudiamoci in sacrestia o nella piccola cerchia parrocchiale. Tanti aspettano l’annuncio della Risurrezione. Tanti lo hanno dimenticato. Tanti ne sentono ancora l’eco ma non hanno più occhi per vedere Gesù vivo, presente. Dobbiamo comunicare di più che Cristo è risorto e invitare a conoscerlo e viverlo nella Chiesa.

La seconda – e questo è meraviglioso – è tornare alle origini, perché proprio in Galilea tutto era iniziato. Lì il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli. Andare in Galilea significa quindi tornare alla grazia primordiale, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la memoria del battesimo, la «memoria del futuro» con cui siamo stati segnati dal Risorto.

Vediamo così cosa fa la Pasqua del Signore: ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dai sepolcri dove spesso rinchiudiamo la speranza, a guardare al futuro con fiducia, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia; ma, per riuscirci, la Pasqua del Signore ci conduce al nostro passato di grazia, ci fa tornare in Galilea, dove ha avuto inizio la nostra storia d’amore con Gesù, dove è avvenuta la prima chiamata. In altre parole, ci chiede di rivivere il momento, la situazione, l’esperienza in cui abbiamo incontrato il Signore, abbiamo sperimentato il suo amore e abbiamo ricevuto uno sguardo nuovo e luminoso su noi stessi, sulla realtà, sul mistero della vita.

Fratelli e sorelle, per risorgere, ricominciare, riprendere il cammino, abbiamo sempre bisogno di tornare nella nostra Galilea, cioè di tornare non a un Gesù astratto, ideale, ma al ricordo vivo, al ricordo concreto e palpitante del primo incontro con Lui. Sentire Gesù amico mio! Sì, per camminare dobbiamo ricordare; per avere speranza dobbiamo alimentare la memoria. E questo è l’invito: ricorda e cammina! Se ritrovi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti. Ricorda e cammina.

Ricorda la tua Galilea e cammina verso la tua Galilea. È il «luogo» dove hai conosciuto personalmente Gesù, dove Egli ha smesso di essere, per te, un personaggio storico come gli altri, diventando la persona della tua vita: non un Dio lontano, ma il Dio vicino, che ti conosce meglio di chiunque altro e ti ama più di chiunque altro. Fratello, sorella, riporta alla memoria la Galilea, la tua Galilea: la Galilea della tua chiamata, di quella Parola di Dio che, in un momento concreto, è stata rivolta proprio a te; di quella forte esperienza nello Spirito, della gioia immensa del perdono provata dopo quella Confessione, di quel momento intenso e indimenticabile di preghiera, di quella luce che si è accesa nel tuo intimo e ha trasformato la tua vita.

Ognuno di noi sa dove si trova la propria Galilea, ognuno di noi conosce il proprio luogo di risurrezione interiore, quel luogo iniziale, fondante, che ha cambiato le cose. Non possiamo lasciarlo nel passato. Torna a quel primo incontro. Ricorda e cammina: torna a Lui, riscopri la grazia della risurrezione di Dio in te! Torna in Galilea, torna nella tua Galilea. Poni davanti a te un’immagine di Gesù Cristo. Un quadro, una stampa, un’icona. Contempla il volto di Gesù durante la tua giornata. Parlaci, ascoltalo attraverso le parole del Vangelo. Sentilo vicino, amico. Parlane con gli altri. Comunica, a partire dalla tua Galilea, il suo amore.

Fratelli, sorelle, seguiamo Gesù fino in Galilea, incontriamolo e adoriamolo là dove Egli attende ciascuno di noi. Riviviamo la bellezza di quel momento in cui, dopo averlo scoperto vivo, lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita. Torniamo in Galilea, nella Galilea del primo amore; ciascuno torni alla propria Galilea, quella del primo incontro, e risorga a una vita nuova!