Omelia di Mons. Ferretti del 16-04-2025

Cattedrale di Foggia, 17 aprile 2025

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Cari fratelli nel sacerdozio, care sorelle e cari fratelli,

Il Giovedì Santo è il giorno in cui il Signore diede ai Dodici il compito sacerdotale di celebrare, nel pane e nel vino, il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue fino al suo ritorno. Al posto dell’agnello pasquale e di tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza subentra il dono del suo Corpo e del suo Sangue, il dono di se stesso. È la nuova alleanza. Così anche il sacerdozio diviene una cosa nuova: non è più questione di discendenza, non è un diritto, un privilegio, ma è un trovarsi coinvolti nel mistero di Gesù Cristo. Egli è sempre Colui che dona e ci attira in alto verso di sé. Soltanto Lui può dire: “Questo è il mio Corpo – questo è il mio Sangue”. Il mistero del nuovo sacerdozio della Chiesa sta nel fatto che noi, miseri esseri umani, in virtù del Sacramento, possiamo parlare con il suo “Io”: in persona Christi. Egli vuole esercitare il Suo sacerdozio per nostro tramite.

Sì, cari sacerdoti, sempre dobbiamo pensarci poca cosa nelle mani di Cristo Sommo Sacerdote; piccoli nel grande Noi della Chiesa, della comunità. Non siamo noi a “fare la messa”, non ne siamo i protagonisti, tanto meno i padroni. L’eucaristia non è nostra. Che grande peccato sarebbe pensare così; perché solo nel Noi della Chiesa, possiamo pronunciare un “Io” che non è il nostro. È l’Io del Salvatore. Questo mistero ci deve commuovere e far tremare ogni volta che celebriamo, perché il quotidiano non sciupi ciò che è grande e misterioso.

Riflettiamo perciò nuovamente sui segni nei quali il Sacramento ci è stato donato. Al centro c’è il gesto antichissimo dell’imposizione delle mani, col quale Egli ha preso possesso di me dicendomi: “Tu mi appartieni”. Scrive Papa Benedetto (Messa crismale 2006) che con ciò il Signore ci ha anche detto: “Tu stai sotto la protezione delle mie mani. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio delle mie mani e dammi le tue”.

Ricordiamo poi che le nostre mani sono state unte con l’olio che è il segno dello Spirito Santo e della sua forza. Perché proprio le mani? La mano dell’uomo è lo strumento del suo agire, è il simbolo della sua capacità di affrontare il mondo. Il Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani affinché diventino le sue.

Vuole che non siano più strumenti per prendere le cose, gli uomini, il mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso, ma che invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a servizio del suo amore.

Nel Primo Testamento l’unzione è segno dell’assunzione in servizio. Come il re e il profeta, il sacerdote fa e dona più di quello che deriva da lui stesso. In un certo qual modo è espropriato di sé in funzione di un servizio, nel quale si mette a disposizione di uno più grande di lui. Gesù si presenta oggi nel Vangelo come l’Unto di Dio, il Cristo.

Nel gesto sacramentale dell’imposizione delle mani da parte del Vescovo, è stato il Signore stesso ad imporci le mani. Questo segno sacramentale riassume un intero percorso esistenziale. Un giorno, come i primi discepoli, abbiamo incontrato il Signore e sentito la sua parola: “Seguimi!”. Siamo cioè rimasti spaventati per la sua grandezza, la grandezza del compito e per l’insufficienza della nostra povera persona, così da volerci tirare indietro: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore!” (Lc 5, 8) Ma poi Egli, con grande bontà, ci ha preso per mano, ci ha tratti a sé e ci ha detto: “Non temere! Io sono con te. Non ti lascio, tu non lasciare me!” Talvolta anche noi come Pietro affondando abbiamo gridato: “Signore, salvami!” (Mt, 14, 30). Ed Egli ci ha afferrati per la mano e ci ha dato la leggerezza che deriva dalla fede e che ci attrae verso l’alto. Fissiamo sempre di nuovo il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le mani verso di Lui. Chiediamo che Egli non lasci mai la nostra mano.

Il Signore ha posto la sua mano su di noi. Il significato di tale gesto lo ha espresso nelle parole: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15). Il Signore ci rende suoi amici: ci affida tutto; ci affida se stesso, così che possiamo parlare con il suo Io – in persona Christi. Che fiducia!

E a questa incredibile fiducia nella nostra umanità è dato il potere di assolvere! Cristo ci fa partecipare alla sua consapevolezza riguardo alla miseria del peccato e a tutta l’oscurità del mondo e ci dà la chiave nelle mani per riaprire la porta verso la casa del Padre. Non vi chiamo più servi ma amici. È questo il significato profondo dell’essere sacerdote: diventare amico di Gesù Cristo. Per questa amicizia dobbiamo impegnarci ogni giorno di nuovo. Amicizia significa comunanza nel pensare e nel volere. Ciò significa che dobbiamo conoscere Gesù in modo sempre più personale, ascoltandolo, vivendo insieme con Lui, trattenendoci presso di Lui, ascoltare e meditare il suo Vangelo. Solo così si sviluppa l’amicizia.

Solo così possiamo svolgere il nostro servizio sacerdotale. Il semplice attivismo può sembrare eroico per un po’ ma nel tempo diviene pericoloso perché è fonte di individualismo e alla fine di solitudine.

Il mondo nel suo attivismo frenetico perde spesso l’orientamento. Il suo agire e le sue capacità diventano distruttive. Lo vediamo nelle tante guerre che insanguinano questo tempo.

Non vi chiamo più servi, ma amici. Il nucleo del sacerdozio è l’essere amici di Gesù Cristo. Solo così possiamo parlare veramente in persona Christi. L’amicizia con Gesù è per antonomasia sempre amicizia con i suoi. Possiamo essere amici di Gesù soltanto nella comunione con la Chiesa. Nessuno dica “Io la penso così”. Guai a chi scandalizza il gregge con una predicazione e una dottrina che non sono in piena comunione col Santo Padre e col magistero della Chiesa. E preghiamo sempre per il Santo Padre Francesco nelle celebrazioni dell’Eucaristia e in questo tempo in particolare per la sua salute.

Dall’amicizia con Cristo deriva l’amicizia tra noi. Vorrei brevemente aprirvi il mio cuore nel pensiero di quanto successe proprio qui, lo scorso anno nella messa crismale. Al momento della pace, mi recai da don Walter e ci scambiammo un bacino. Fu l’ultima volta che lo vidi vivo. Amiamoci fratelli, con affetto sincero, non tramonti mai il sole sulla nostra ira, gareggiamo nello stimarci a vicenda e nel collaborare con vescovo e tra noi. Ma soprattutto amiamoci, sopportiamoci, aiutiamoci. Siamo tutti poca cosa, ma Dio ci ha chiamato e ci ha voluti suoi amici, ci ha unto per vivere in persona Christi.

Con don Walter Arrigoni, ricordiamo e preghiamo per don Giovanni Lembo, don Michele Genovese e don Michele Turzo, che quest’anno si sono uniti alla liturgia eterna del cielo.

Vorrei concludere questa omelia con una parola di Andrea Santoro, sacerdote della Diocesi di Roma, assassinato a Trebisonda, in Turchia, nel 2006, mentre pregava nella sua chiesa aperta a chiunque volesse entrare: “Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne… Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù”.

Fratelli sacerdoti, Gesù ha assunto la nostra carne. Diamogli noi la nostra; diamogli il nostro cuore, le nostre mani, in questo modo Egli può tornare nel mondo attraverso l’Eucaristia e misticamente, trasformarlo e salvarlo. Amen!