di Fabio Beretta
Paragonare i nostri giorni alla seconda era della terra di mezzo potrebbe essere considerato un azzardo. Eppure, se andiamo ad esaminare la situazione, le similitudini con le vicende magistralmente narrate da Tolkien ne “Il Signore degli Anelli” non sono poche. Soprattutto se si considera l’intelligenza artificiale come l’unico anello della nostra epoca. Le preoccupazioni che l’IA possa essere usata per domarci, trovarci, ghermirci e nel buio incatenarci sono reali.
Ecco perché in un tempo dominato da algoritmi e innovazione tecnologica, l’umanità si trova davanti a una scelta che si potrebbe comparare a quella di Isildur: guidare il progresso oppure esserne travolta. È da questa consapevolezza che nasce Magnifica humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XVI, un testo straordinario che riflette, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, sul rapporto tra persona umana e intelligenza artificiale con uno sguardo ampio, capace di intrecciare fede, filosofia, storia e cultura.
Il documento, pubblicato in queste ore, si apre con una visione “nuova” del nostro mondo: non siamo semplicemente dentro un’evoluzione tecnologica, ma davanti a un passaggio storico che riguarda il senso stesso dell’essere umano. La questione non è se accettare o rifiutare la tecnologia, ma come orientarla. In altre parole, il vero nodo è capire se il progresso continuerà a essere al servizio dell’uomo oppure se finirà per ridurlo a funzione, dato o ingranaggio.
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Al centro dei 245 punti di cui è composto il documento, firmato il 15 maggio (nello stesso giorno in cui Leone XIII pubblicò la Rerum novarum) non c’è, come erroneamente descritto da molti, l’intelligenza artificiale, bensì la dignità umana, un valore che non dipende dalle capacità, dall’efficienza o dal ruolo sociale. È qualcosa di più profondo, che precede ogni valutazione e che fonda i diritti e la convivenza. Senza questo riferimento, avverte il Papa, anche le conquiste più avanzate rischiano di diventare strumenti di disuguaglianza, controllo o esclusione.
Il testo, suddiviso in 5 capitoli, più introduzione e conclusione, affronta le trasformazioni in atto con uno sguardo concreto. L’intelligenza artificiale sta già incidendo sul lavoro, sulla comunicazione e sulla libertà individuale. In un mondo in cui è sempre più difficile distinguere il vero dal falso, la verità stessa appare fragile e bisognosa di essere custodita. Allo stesso tempo, il lavoro rischia di perdere la sua dimensione umana, mentre la libertà viene messa alla prova da sistemi capaci di orientare decisioni e comportamenti in modo invisibile.
E da un Pontefice che quotidianamente invoca per il pianeta una pace “disarmata e disarmante “, non manca di guidare il lettore in una lunga riflessione sul rapporto tra tecnologia e guerra. L’enciclica denuncia con forza il rischio di una deriva in cui l’efficienza tecnica sostituisce il giudizio morale, rendendo il conflitto più impersonale e distante. In questo scenario, il Vescovo di Roma ribadisce un principio netto: non esiste progresso capace di giustificare la disumanizzazione.
In questo punto, pero, si insinua quella che Leone XIV definisce una “tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo”. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, sottolinea il Pontefice, “nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)”.
Ed è a questo proposito che Papa Prevost cita Tolkien, riportando una frase pronunciata da Gandalf nell’ultimo libro della trilogia: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. In quest’ottica, quella tanto agognata civiltà dell’amore, sottolinea il Successore di Pietro, “non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”.
Va da se che la frase citata da “Il ritorno del re” può anche diventare chiave di lettura dell’intero documento: non controllare tutto, ma assumersi la responsabilità del proprio tempo.
Accanto alla letteratura, l’enciclica richiama grandi pensatori come Sant’Agostino, San Tommaso e Platone, insieme al magistero dei Papi, da Leone XIII fino a Francesco. Non mancano riferimenti all’arte e alla memoria storica: la Nona sinfonia di Beethoven viene evocata come simbolo di unità, mentre Guernica di Pablo Picasso appare come denuncia della violenza e della disumanizzazione. Anche il cinema trova spazio con “Schindler’s List” di Spielberg, richiamato come monito a non dimenticare le tragedie del passato.
Nel testo il Papa cita poi figure che hanno segnato la storia: Martin Luther King e Nelson Mandela come testimoni di giustizia e riconciliazione, ma anche donne che hanno cambiato il mondo in ambiti diversi, da Madre Teresa a Maria Montessori. Accanto a loro emergono martiri e testimoni della fede, insieme a pensatori come Hannah Arendt e Viktor Frankl, capaci di interrogare in profondità il senso della libertà e della responsabilità.
Tra le voci richiamate, sempre rimanendo in tema di pace, spicca anche quella di Giorgio La Pira, che ripeteva: “Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace”. È proprio questa la direzione indicata dall’enciclica, che contrappone alla “cultura della potenza” una proposta diversa: la costruzione di una civiltà fondata sul dialogo, sulla giustizia e sulla fraternità.
E non manca una critica allo strapotere delle big tech: “In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio”. Per il Santo Padre, “gli Stati e le istituzioni sovranazionali sono chiamati a garantire regole giuste e tutele efficaci” perché tutti possano contribuire alle “scelte che incidono sulla vita delle persone”. “Non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi”, avverte Leone mettendo in evidenza il “bene comune”.
Nel suo insieme, Magnifica humanitas, come buona parte delle encicliche del XX e XXI secolo, non è solo un documento religioso, ma un invito rivolto a tutti gli esseri umani, credenti e non. Ricorda che la tecnologia non decide il futuro: lo fanno le persone, con le loro scelte. E lascia una domanda aperta, tanto semplice quanto decisiva: saremo capaci di custodire ciò che ci rende umani, oppure lasceremo che sia il progresso a ridefinirci?
📸 Vatican Media