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La chiesa di San Rocco, uno scrigno d’arte nel cuore di Foggia

Nel cuore (geografico e storico) di Foggia c’è una piccola chiesa che per secoli ha rappresentato molto più di un luogo di culto. È la chiesa rettoria di San Rocco, legata alla Confraternita della Santissima Trinità e, prima ancora, alle compagnie degli sfossatori e dei misuratori di cereali.

Per comprendere le origini di questo luogo di culto, bisogno capire il fenomeno delle confraternite, originatosi nel Medioevo, quando gli appartenenti a una stessa professione o arte cominciarono a riunirsi in associazioni organizzate, le cosiddette corporazioni. Queste realtà avevano funzioni economiche, politiche, giudiziarie e assistenziali, ma progressivamente assunsero anche una dimensione religiosa. I membri stabilivano le proprie feste, osservavano particolari pratiche di pietà, celebravano il santo patrono e, in molti casi, costruivano o prendevano in custodia una cappella o una chiesa.

Anche Foggia conobbe questo fenomeno. Nei secoli sorsero diverse associazioni pie, chiamate confraternite o congreghe, che riunivano categorie di persone legate dalla stessa attività o dalla devozione verso un determinato santo. Le loro chiese divennero luoghi di preghiera, ma anche spazi della vita comunitaria. Nelle cripte, prima della costruzione del cimitero comunale, venivano inoltre sepolti confratelli, benefattori e devoti.

Gli sfossatori e il commercio del grano

La storia della chiesa di San Rocco è strettamente legata a quella degli sfossatori, gli uomini che si occupavano delle operazioni legate alla conservazione e alla movimentazione del grano nelle fosse granarie del Piano della Croce.

Le fonti ricordate nel documento fanno risalire l’esistenza delle compagnie degli sfossatori e dei misuratori a un passato molto antico. Già in una lettera di Federico II del 1245-1246 compare un riferimento ai “misuratori di vettovaglie”, incaricati della misurazione dei cereali e delle operazioni di carico sulle navi.

A Foggia, le compagnie di San Rocco e San Stefano risultano già esistenti nel 1725. La loro presenza, tuttavia, è documentata molto prima. Una visita pastorale del 1595, compiuta dal vescovo di Troia Giacomo Aldobrandino, cita infatti una “Cappella sub titulo Sancti Rocchi” e una “Cappella sub titulo Sancti Stephani”.

La chiesa di San Rocco, situata sull’antico Piano delle Fosse, doveva allora essere una costruzione di modeste dimensioni. La sua esistenza è nuovamente attestata nel 1617, quando il vescovo Da Ponte, durante la visita pastorale, la descrisse come una cappella dedicata al santo.

Anche la chiesa di San Stefano aveva una storia antica. Le fonti ricordate nel documento attestano la sua esistenza già nel 1310. Quando l’edificio venne demolito, la statua di San Stefano fu trasferita nella chiesa di San Rocco, favorendo un legame ancora più stretto tra le due compagnie.

Due compagnie, una complessa organizzazione

Prima dell’atto del 19 marzo 1725, le compagnie di San Rocco e San Stefano erano distinte e avevano una propria organizzazione. Ciascuna disponeva di due caporali, due sottocaporali, uno scrivano e di un numero variabile di misuratori e sfossatori.

I caporali avevano il compito di governare e custodire le fosse, dirigere la compagnia e, nei casi più gravi, espellere i componenti responsabili di mancanze. Esistevano inoltre usi, consuetudini e una vera e propria “regola d’arte” che disciplinavano il mestiere.

Non si trattava dunque soltanto di gruppi di lavoratori. Le compagnie costituivano realtà organizzate, dotate di regole e responsabilità precise, nelle quali il lavoro quotidiano conviveva con una forte dimensione comunitaria e religiosa.

Particolarmente significativa era la cerimonia di investitura dei caporali. Il Sindaco convocava presso il Comune il ceto dei massari e dei negozianti, che procedevano alla nomina attraverso uno scrutinio. Il nuovo caporale riceveva un abito nero e un cilindro e, munito della “lancia”, lo strumento utilizzato per prelevare il cereale dalle fosse, compiva la cerimonia della presa di possesso.

La compagnia si recava quindi presso una fossa già aperta. Il nuovo caporale effettuava una “lanciata” e, tra gli applausi, veniva accompagnato nella chiesa di San Rocco, dove il rito si concludeva con l’inno ambrosiano, tra gli spari e il suono delle campane.

Il caporale aveva inoltre la responsabilità delle compagnie, delle fosse e dei cereali. In cambio era esentato dal lavoro materiale e riceveva, per ogni fossa svuotata, un “viccio”, cioè una parte del cereale estratto.

La nascita della Congregazione della Santissima Trinità

La chiesa di San Rocco è documentata anche nelle rappresentazioni del territorio foggiano del Seicento. Le visite pastorali del vescovo Sebastiano Sorrentino, tra il 1665 e il 1671, raccontano di una chiesa mantenuta dagli sfossatori del grano.

Proprio a questi lavoratori venne concesso, nel 1665, l’ampliamento dell’edificio. Furono poi gli stessi sfossatori, riuniti in confraternita, a occuparsi della ricostruzione della chiesa dopo il devastante terremoto del 1731.

La vicenda della chiesa si lega quindi sempre più strettamente a quella della confraternita. Nel 1740, un gruppo di lavoratori impegnati nelle operazioni di conservazione del grano nelle fosse, guidato dal sacerdote don Girolamo Capocchiano, ottenne dal vescovo Giampiero Faccolli il permesso di fondare la Congregazione della Santissima Trinità, stabilendo la propria sede proprio nell’antica chiesa di San Rocco.

Nello stesso anno la confraternita venne aggregata da papa Clemente XII all’Arciconfraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini di Roma. Nel 1776 arrivò anche il Regio Assenso del re Ferdinando II sulla fondazione e sulle regole della congregazione.

Quello che era nato come un sodalizio profondamente legato al mondo degli sfossatori avrebbe progressivamente ampliato la propria composizione. Nel tempo, infatti, i confratelli sarebbero appartenuti a professioni e mestieri differenti.

Una piccola chiesa, un patrimonio di storia

La chiesa di San Rocco, nonostante le sue dimensioni contenute, conserva una struttura caratterizzata da tre altari: quello maggiore dedicato alla Santissima Trinità, quello di destra a San Rocco e quello di sinistra al Santissimo Nome di Gesù.

L’edificio attuale è frutto soprattutto della ricostruzione settecentesca. All’esterno presenta un aspetto sobrio, quasi rustico, con una cornice marcapiano e una finestra a lunetta sormontata da un timpano. Un piccolo campanile a vela completa il prospetto.

Sotto la chiesa si trova la cripta, dove sono ancora visibili le testimonianze delle antiche sepolture dei confratelli e dei benefattori.

L’interno è a navata unica, con abside semicircolare. Sull’altare maggiore, in marmo policromo, si trova un apparato ligneo scolpito e decorato che ospita il gruppo della Santissima Trinità. Tra le opere ricordate figura anche una tela raffigurante i santi fondatori dell’Ordine dei Trinitari, San Giovanni de Matha e San Felice de Valois, firmata da Antonio La Piccirella, pittore foggiano, e datata 1878.

In chiesa è inoltre conservata una tela di notevoli dimensioni raffigurante la Madonna del Latte con il Bambino tra San Rocco e San Sebastiano Martire, attribuita nel documento al veneziano Tiepolo.

Dai bombardamenti alla rinascita

La chiesa è stata più volte interessata da interventi di restauro. Un importante intervento venne realizzato nel 1903. Durante la Seconda guerra mondiale l’edificio subì danni a causa dei bombardamenti del 1943.

Grazie all’impegno della confraternita e al contributo di benefattori, la chiesa venne restaurata e riaperta al culto il 25 maggio 1947, giorno di Pentecoste.

Un nuovo crollo interessò l’interno dell’edificio nel 1985, alla vigilia di Natale, nella zona dell’altare maggiore. Anche in questa occasione la confraternita affrontò importanti sacrifici economici, sostenuta dalle offerte dei benefattori e dei devoti. I lavori furono completati e la chiesa venne nuovamente inaugurata il 16 agosto 1987, alla presenza dell’arcivescovo metropolita Salvatore De Giorgi, che nell’omelia definì il tempio «una bomboniera d’architettura sacra».

Il ritorno della voce dell’antico organo

Uno dei capitoli più significativi della storia recente della chiesa riguarda il suo antico organo settecentesco, realizzato nel 1778 da G. Gallo di Innocenzo – Foggia.

Per molti anni lo strumento rimase in silenzio, fino al restauro promosso dal Lions Club di Foggia. Il progetto venne portato avanti sotto le presidenze di Savino Torraco, Angelo Spina e Mario Pellegrini, con il contributo dei soci del club, di privati e di diverse realtà economiche del territorio.

Il restauro fu affidato al maestro organaro Leonardo Perretti di Casalnuovo Monterotaro. Il 25 maggio 1990, dopo anni di silenzio, l’organo tornò a suonare. L’inaugurazione venne accompagnata da un concerto dell’organista bolognese Guido Morini.

Fu un momento particolarmente significativo per la confraternita: il recupero dello strumento restituiva alla chiesa non soltanto un bene artistico, ma anche una parte della propria memoria musicale e liturgica.

Nel 1995 venne infine restaurata la facciata esterna del tempio, insieme al portone, grazie all’impegno della confraternita e al contributo dei fedeli.

Una memoria che continua

La storia di San Rocco e della Confraternita della Santissima Trinità racconta dunque una parte importante della storia di Foggia. Una storia nata attorno al lavoro degli uomini delle fosse granarie e cresciuta attraverso secoli di trasformazioni sociali, religiose e urbanistiche.

La confraternita ha attraversato terremoti, guerre, crolli e restauri, mantenendo il legame con un edificio che nel tempo è diventato testimonianza della vita della città. La chiesa ha conservato non soltanto opere d’arte e documenti, ma anche la memoria di generazioni di uomini che qui hanno pregato, lavorato, celebrato le proprie feste e accompagnato i propri defunti.

Per il suo interesse storico e artistico, la chiesa è posta sotto la tutela del Ministero competente per i beni storici, architettonici, culturali e ambientali. E ancora oggi, tra le sue mura, rimane visibile il filo che unisce la Foggia delle antiche fosse granarie alla città contemporanea: quello di una comunità che ha fatto della fede, del lavoro e della solidarietà una parte della propria identità.

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