Autore del bellissimo crocifisso che si venera nella basilica Cattedrale di Foggia, fu il chierico domenicano Pietro Frasa, che lo terminò nel 1711. Durante l’inverno a cavallo fra il 1708 e il 1709, i religiosi milanesi Ludovico Calco e Pietro Frasa, appartenenti all’Ordine Domenicano, furono ospiti di mons. Emilio Giacomo Cavalieri, zio di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e Vescovo di Troia.
Dovendo predicare al popolo, i due frati avevano l’abitudine di presentare agli ascoltatori il Cristo crocifisso come modello. Pietro Frasa si dedicava prevalentemente a preparare immagini sacre e crocifissi, rappresentanti Gesù come era stato descritto dai profeti “oppresso dai dolori”.
Il crocifisso di Foggia fu intagliato, per conto del Frasa, da un artigiano napoletano, di cui non conosciamo il nome, secondo il disegno e le indicazioni del Frasa stesso, che seguiva attentamente il lavoro. Terminato l’intaglio dell’artigiano, Pietro Frasa portò il crocifisso a Foggia e lo dipinse dandogli quell’aspetto di “uomo dei dolori” e vittima sacrificale, che tanto impressionava il popolo, e che era ritenuto persino eccessivo da alcuni contemporanei.
Il crocifisso, dopo essere stato centro della predicazione di Calco e Frasa, fu posto nella chiesa Collegiata di Foggia (poi divenuta Cattedrale), nella cappella a sinistra dell’altare maggiore, simmetrica a quella della Iconavetere.
Esso è sormontato da un cartello rettangolare con la frase “Gesù Nazareno Re dei Giudei” (espressa in ebraico, greco e latino); attualmente è collocato entro una nicchia delimitata da una ricca cornice di legno dorato; sul fondo si trova una grande tela ad olio che rappresenta le figure della Vergine, San Giovanni e Maria Maddalena; sul quadro si legge la firma dell’autore: “Francesco Paolo Bruno, 1858”.
Descrizione dell’opera
L’opera riproduce il Cristo morto in croce. Il capo è reclinato sul petto in una dolorosa torsione delle membra, il corpo è tutto sanguinante e coperto di piaghe d’impressionante realismo; notevole è anche l’esasperato realismo del volto, scarnito e profondamente segnato dal dolore, con gli occhi chiusi e le labbra serrate.
Il corpo è lacerato da piaghe che in alcune zone diventano veri e propri squarci, alternandosi a lividure e a zone di sangue aggrumito, che per i colori rosso e nero, molto forti, generano un impressionante contrasto. La croce, di notevoli dimensioni, sorregge il corpo di Cristo inchiodato con quattro chiodi. I piedi sono leggermente sovrapposti.
Bisogna notare che all’epoca in cui operava il Frasa i crocifissi in genere erano scolpiti in modo più raffinato e in delicati toni patetici, mentre il realismo un po’ esasperato del Frasa si ricollega a certe rappresentazioni medievali, che hanno però ispirato anche artisti come Velázquez e Rubens.
Si può pensare che Pietro Frasa fosse in gioventù un artigiano formatosi nell’ambiente delle “botteghe”, che, divenuto religioso, impegnò la sua abilità tecnica nello svolgimento della sua missione.
Questo spiegherebbe in parte la fisionomia culturale del crocifisso, cioè i particolari che derivano dalle tecniche dell’epoca. Pietro Frasa, dopo aver predicato con grande passione ed efficacia durante la sistemazione del crocifisso nella Cappella che l’accoglie attualmente, che avvenne il 24 aprile 1711, fu colto da una polmonite che lo portò ad una morte in pochi giorni.
Frasa rese l’anima a Dio il 9 maggio 1711 e fu sepolto sotto il pavimento della chiesa; attualmente una lapide marmorea, posta a sinistra nella cappella del crocifisso, reca una lunga iscrizione che lo ricorda.
Il crocifisso è stato sempre oggetto di grande venerazione ed è uno dei segni più importanti della devozione popolare foggiana, insieme al quadro di Maria dei Sette Veli. Più ed oltre che un’opera d’arte, è come un messaggio d’amore e di misericordia di Cristo ai foggiani.
Preghiera al Crocifisso
Signore Gesù,
a guardarti su questa croce immensa e povera,
ti avvertiamo maestosamente grande
ma tremendamente sfigurato,
quasi reitto e disprezzato.
Facciamo fatica a riconoscere la tua bellezza,
ma catturi e attiri i nostri sguardi.
I nostri occhi, tanti, sono fissi su di te.
Cercano la tua bellezza e trovano
nel volto sfigurato e nascosto
dal sangue che vi scorre,
la pace e l’abbandono
che hai gridato al Padre nell’ora del passaggio:
‘Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’.
Sei tragicamente solo ma raccogli tutti noi
che cerchiamo, nell’incontro con il tuo volto,
la certezza di quell’amore
che salva e trasfigura il nostro dolore.
Questa croce che doveva segnare
ignominia e morte,
è diventata gloria e vita.
A te, grande Crocifisso,
la nostra insistente supplica:
hai redento il mondo;
continua a salvare gli uomini!
Qualche volta stacca le mani
dai chiodi che ti configgono
e chiudi in un abbraccio di vita
le nostre mani che a te si protendono.
Amen.
+ Domenico D’Ambrosio, Arcivescovo