III Domenica di Avvento

Omelia mons. Ferretti, basilica Cattedrale di Foggia, 15 dicembre 2024

“Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi”. Con queste parole dell’apostolo Paolo si apre la liturgia di oggi, terza domenica di Avvento, chiamata “domenica Gaudete”, domenica della gioia.

Dobbiamo considerare che Paolo scriveva queste parole mentre era in carcere a Roma e forse aveva già di fronte la prospettiva della sentenza capitale. Eppure esorta se stesso e i cristiani di Filippi a gioire perché, aggiunge, “il Signore è vicino”. Questo è infatti il motivo della gioia del cristiano in questo tempo: la prossima venuta del Signore.

Anche nell’Antico Testamento troviamo la testimonianza del profeta Sofonia, che esorta Gerusalemme a rallegrarsi: “Gioisci, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!”.

Ma perché gioire? Sofonia lo spiega: “Il Signore ha revocato la sua condanna, ha disperso il tuo nemico. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un Salvatore potente. Ti rinnoverà con il suo amore”.

Anche in queste parole del profeta si parla della liberazione di Gerusalemme: scompare la condanna, si toglie l’assedio alla città, il nemico è disperso e la città può finalmente tornare a respirare e vivere. Il Signore l’ha salvata.

La parola di Dio ci spinge a non lasciarci prendere dalla tristezza, a non lasciarci sopraffare dalla rassegnazione. E ne avremmo motivo, forse, guardando al nostro mondo, segnato da numerose guerre e da innumerevoli ingiustizie.

Molti popoli vivono questo tempo in un clima di violenza. Anche nelle città italiane si avverte un seme di violenza. Gerusalemme non sembra liberata, ma ancora assediata dalla rabbia degli uomini. Come non sentirsi impotenti di fronte a tanta violenza?

Eppure la liturgia ci esorta a gioire. Non perché il cristiano sia per natura ottimista. Noi gioiamo perché l’avvicinarsi del Natale è il motivo della nostra speranza. Non siamo più soli: il Signore viene accanto a noi. Per questo la liturgia attenua la severità del tempo di Avvento: invita a rivestirsi di gioia e a fare festa, perché il Signore è vicino.

Restano pochi giorni al Natale e il Vangelo di Luca racconta che tutto il popolo era in attesa. Tutti attendevano il Messia, colui che avrebbe cambiato la vita, liberato uomini e donne dalle schiavitù del mondo, aiutato i poveri e guarito i malati.

Per questo molti, da ogni parte della Galilea e della Giudea, lasciavano le loro città e i luoghi in cui vivevano per recarsi nel deserto e incontrare Giovanni Battista.

E la città, a volte, è come un deserto: un deserto singolare, pieno di folle, come quello in cui predicava il Battista. Compito dei cristiani è allora, come fece Giovanni, scendere nelle strade della città e annunciare il Natale di salvezza.

Oggi Giovanni parla anche a noi attraverso le pagine del Vangelo. La sua predicazione conserva lo stesso vigore e la stessa forza di cambiamento che aveva nel deserto, accanto al fiume Giordano.

Insieme ai soldati e ai pubblicani che si erano accalcati attorno a lui, ci siamo anche noi, e con loro chiediamo: “Che cosa dobbiamo fare per accogliere il Signore che viene?”.

Giovanni risponde con semplicità e chiarezza: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. La carità, l’amore per chi è povero, è il primo modo per attendere la venuta del Signore. La solidarietà nel Natale consiste proprio in questo: accogliere come una famiglia anche chi è povero, straniero, chiunque sia nel bisogno.

L’attesa del Messia si compie nella carità e nella giustizia, nella misericordia e nel rispetto, nella tenerezza e nella compassione. Non dice forse Paolo ai Filippesi: “La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini”?

Chi attende il Signore è chiamato a cambiare anche il proprio modo, talvolta nervoso o sbrigativo, di incontrare gli altri e di vivere, per abbracciare quella cortesia e quella affabilità che sono segni della gioia dell’attesa.

Il Signore verrà. Scenderà nel cuore di ognuno e ci battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

Per questo, dopo questo Natale, nessuno di noi rimarrà come prima. Lo Spirito Santo allarga le pareti del cuore e ci rende migliori, più umani.

Il fuoco del suo amore ci guida verso una vita più gioiosa, più capace di accogliere, più sensibile alla sofferenza di tanti che vivono accanto a noi o in luoghi lontani.

Ringraziamo allora il Signore per questo tempo di grazia. Uniti come una famiglia, preghiamo perché rimanga in mezzo a noi, ci sostenga con il suo amore e apra il nostro cuore, affinché continuiamo ad accogliere lui e i nostri fratelli in questo tempo benedetto che ci conduce al Natale.

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