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Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2026. “Custodire voci e volti umani”

di Fabio Beretta

«Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici». Intelligenza artificiale e crisi dell’informazione finiscono, ancora una volta, sotto la lente di Papa Leone XIV. L’occasione è il tradizionale Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, diffuso, come da prassi, nel giorno della festa liturgica di San Francesco di Sales, vescovo e dottore della Chiesa e, dal 1923, patrono dei giornalisti e degli operatori della comunicazione per volontà di Pio XI.

La Chiesa celebra ogni anno questa Giornata Mondiale (si tratta dell’unica celebrazione mondiale voluta dal Concilio Vaticano II, istituita con il decreto conciliare Inter Mirifica nel 1963) nel giorno dell’Ascensione del Signore, giungendo nel 2026 alla 60ª edizione.

Riflettendo sul tema «Custodire voci e volti umani», il Pontefice fa notare fin dalle prime righe del Messaggio che ciascun essere umano «ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri». E in un mondo sempre più plasmato dalla rivoluzione digitale (motivo per cui Papa Prevost ha scelto il nome di Leone, come Leone XIII affrontò i tempi della rivoluzione industriale) «la sfida non è tecnologica, ma antropologica».

E, «sebbene l’intelligenza artificiale possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative».

La questione, tuttavia, rimarca il Vescovo di Roma, «non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio». Infatti, «ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo, come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale».

A questo monito del Successore di Pietro «si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica».

Scorrendo i vari feed, bot e contenuti realizzati da virtual influencer finiscono per influenzare «i dibattiti pubblici e le scelte delle persone», oltre a generare una «distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà». «Il rischio è grande», avverte Leone XIV, che fa notare come «una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo, possa favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza».

Cosa fare allora? Per il Pontefice non bisogna «fermare l’innovazione digitale», ma «guidarla. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati». Un’alleanza che, sottolinea il Papa, dovrebbe fondarsi «su tre pilastri: responsabilità, cooperazione ed educazione».

Responsabilità – che «può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione» – richiesta sia per «i creatori e gli sviluppatori di modelli di IA», sia per «i legislatori nazionali e i regolatori sovranazionali, ai quali compete vigilare sul rispetto della dignità umana», così come per «le imprese dei media e della comunicazione» che, ammonisce il Santo Padre, «non possono permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi».

Da qui un ulteriore monito: «I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuti. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità».

Infine, cooperazione ed educazione. Cooperare, perché «nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA»; educare, o meglio «alfabetizzare ai media», affinché le persone, soprattutto i giovani, «acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito».

«Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica», conclude Leone XIV. (foto © Vatican Media)