Chiusura dell’Anno Santo 2025

Omelia mons. Ferretti, basilica Cattedrale di Foggia, 28 dicembre 2025

Concludiamo quest’oggi, con tutta la Chiesa di Cristo, il Giubileo Ordinario, l’Anno Santo dedicato alla Speranza. Questo Giubileo consegna alla storia l’immagine della Chiesa cattolica come una Madre buona che ha fede in Dio e guarda al mondo con compassione e speranza.

La Chiesa anche di questa terra, raffigurata oggi da questa Cattedrale metropolitana, piena di sacerdoti e popolo di Dio, professanti la medesima fede, zelanti della medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, e – ciò ch’è meraviglioso – tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo.

Che cosa dunque l’Anno Santo sia stato, che cosa abbia operato sarebbe il tema naturale di questa finale meditazione. Ma io vorrei soffermarmi solo su alcuni punti principali. Innanzitutto sento che abbiamo vissuto una rinnovata unità della Chiesa attorno a Cristo Signore e Salvatore degli uomini. Lo abbiamo dimostrato anche noi della Chiesa di Foggia-Bovino nel nostro pellegrinaggio a Roma. Eravamo tanti, uniti, allegri.

Abbiamo attraversato la Porta Santa pregando per la pace nel mondo, per la nostra Chiesa e per Papa Francesco, che malato ha guidato la barca della Chiesa fino al suo ultimo respiro. Dalla visita alla Tomba dell’Apostolo Pietro, vissuta insieme, come famiglia santa di Dio, ha preso nuovo slancio la nostra Chiesa locale. Ci siamo sentiti perdonati, più uniti, più desiderosi di annunciare il Vangelo agli uomini e donne del nostro tempo.

Tutte le iniziative e le celebrazioni di quest’anno, financo il Convegno diocesano di settembre, hanno avuto un solo anelito: quello di avvicinare ogni uomo e donna della nostra terra Cristo e di farci prossimi noi a loro. L’inizio della Costituzione Conciliare Gaudium et Spes spiega i sentimenti che ci hanno pervaso: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS 1).

Sì, in quest’anno ci siamo sentiti uniti tra noi e solidali con la nostra terra e con i suoi abitanti. Solidali con i poveri, i migranti, chi vive per strada, chi è anziano, malato, carcerato. Abbiamo allargato le braccia della nostra accoglienza e siamo usciti per strada la sera, siamo andati nei ghetti dei migranti che sono la vergogna della nostra provincia. Abbiamo aperto le porte delle nostre parrocchie e realtà ecclesiali all’accoglienza. Noi crediamo che «religione pura e immacolata, agli occhi di Dio e del Padre, è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni e conservarsi puri da questo mondo» (Gc. 1, 27); e ancora: «chi non ama il proprio fratello, che egli vede, come può amare Dio, che egli non vede»? (1 Gv. 4, 20).

Ci siamo sentiti solidali con gli uomini di questa terra e la sua storia. Abbiamo pregato e operato perché ci fosse più solidarietà, lavoro, acqua per l’agricoltura, legalità. Crediamo in questa porzione di Italia dove il Signore ci ha posto; la amiamo, non la vogliamo lasciare. Qui vogliamo vivere, vogliamo lavorare per promuoverla, svilupparla, vogliamo che prosperi nella giustizia. Qui ci sentiamo fratelli con ogni uomo, ogni donna, in particolare sentiamo ogni giovane, nostro figlio: tutti figli nostri!

Nell’omelia per la chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI dichiara solennemente: “Dateci merito di questo almeno, riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”. Sì, noi amiamo gli uomini e le donne perché sono come noi figli di Dio. Per questo, tempo che viene, vogliamo aprirci maggiormente alla comunicazione del Vangelo, ad una missione, una estroversione maggiore della Chiesa di Foggia-Bovino.

Siamo convinti, fratelli e sorelle, che malgrado il peccato di ciascuno di noi, la Chiesa sia la sacra famiglia che il Signore si è scelto. E questa famiglia è per tutti. Nessuno ne deve essere escluso per la nostra pigrizia, accidia, rassegnazione. Con speranza tutti invitiamo, perché solo qui troviamo un Bambino da prendere con noi, e sua Madre. Quel bambino Erode lo vuole uccidere. Il mio peccato e il male che è anche in me, vogliono allontanarmi da Gesù Nazareno, lo vogliono uccidere nel mio cuore, vogliono estirpare l’anima dagli uomini, così che il mondo diventi un sempre più un campo di guerra e solitudine.

No! Noi vogliamo farci prossimi di ogni uomo, di ogni donna. Come il buon samaritano, con compassione, vogliamo chinarci sulle ferite che tutti hanno nel cuore o nel corpo e con l’unguento dell’amicizia, sanare, con la parola del Vangelo curare, salvare.

E col Bambino vogliamo prendere con noi sua Madre. La Teotokos, dal nostro popolo chiamata Iconavetere. Con rinnovata fede la vogliamo riprendere con noi, anche fisicamente quando la sua immagine tornerà restaurata da Firenze. Bella come una sposa, lucente come una imperatrice, Vasilissa, Signora di Foggia e del Mondo, Madre del Salvatore. La vogliamo onorare maggiormente e la vogliamo mettere al centro della nostra Chiesa e di questa terra. La vogliamo mostrare agli uomini e alle donne, perché attraverso i suoi occhi vedano la tenerezza della Madre di Dio, si sentano da essa abbracciati come il bambino che porta in braccio e mostra al mondo, sentano che l’amore nella Chiesa, che è madre, è più forte della morte.

Sorelle, fratelli, davvero abbiamo trovato tanta speranza in quest’Anno Santo. Davvero, come ci prometteva San Paolo, la speranza non ci ha deluso (cfr. Rm 5,5). Abbiamo ritrovato il Bambino e sua Madre, e abbiamo riscoperto di far parte della santa famiglia di Dio. Per questo gioiamo in questa santa eucaristia per l’amore che Dio ha per noi e il mondo, e cantiamo le lodi di Dio: cantare amantis est, dice Sant’Agostino (Serm. 336; P.L. 38, 1472).

Ora guardiamo avanti, al tempo che viene, senza timore, saldi nella fede, certi nella speranza, fratelli di tutti nella carità. E, come ci indica oggi San Paolo, “soprattutto rivestiamoci di carità che le unisce tutte in modo perfetto e la pace di Cristo regni nei nostri cuori, perché ad essa siamo stati chiamati in un solo corpo” (Col 3,14-15). Preghiamo per la pace nel mondo, quella pace che oggi sentiamo riempire il nostro cuore, perché la parola di Cristo abita in noi con tanta ricchezza.

Fratelli, sorelle, la Porta Santa del giubileo si è chiusa ma in verità, in quest’anno, le porte del nostro cuore e della nostra Chiesa si sono aperte di più alla speranza di Cristo e all’amore per gli uomini. Ringraziamo il Signore per il dono dell’Anno Santo, continuiamo a pregare per le intenzioni del Santo Padre, Papa Leone, perché la Chiesa sia protetta dal male e la pace che il Bambino porta nel mondo scenda nel suo Natale sulla terra. Che il Signore ci conceda un tempo di pace e un anno nuovo felice nella sua famiglia. Amen.