di Fabio Beretta
Scrollarsi di dosso la dimensione dell'”io” per riscoprire la bellezza “dell’essere comunità” così da lenire le ferite della terra di Capitanata con l’olio del Vangelo e dell’amore. È l’auspicio che accompagna la presa di possesso canonica della Cattedrale di Lucera da parte di mons. Giorgio Ferretti, che questo pomeriggio si è ufficialmente insediato nella vicina Diocesi di Lucera-Troia, unendola, in persona Episcopi, all’Arcidiocesi di Foggia-Bovino.
Un rito solenne, svoltosi a poco meno un mese dall’annuncio (leggi qui), alla presenza del clero delle due Diocesi e delle autorità civili e militari di tutta la provincia di Foggia. Presente anche il Nunzio Apostolico in Italia e San Marino, mons. Edgar Peña Parra, e numerosi Vescovi e Arcivescovi di Puglia e della provinciaecclesiadtica di Capitanata. Tra gli altri, mons. Domenico Cornacchia, che è stato alla guida della Chiesa di Lucera-Troia dal 2007 al 2016. Un pensiero mons. Ferretti lo ha dedicato a mons. Giuseppe Giuliano: “L’ho sentito ieri al telefono, vi saluta tutti di cuore”. Parole accolte da un lungo applauso.
La basilica, dedicata all’Assunta, è gremita da migliaia di fedeli provenienti da tutti i centri abitati delle due Diocesi: circa 2mila i presenti, tra l’interno e l’esterno della Cattedrale per vivere questo pomeriggio di fede.
Un passaggio ecclesiale che, nelle parole dell’Arcivescovo, diventa soprattutto un invito rivolto alle due Chiese a riconoscersi come comunità sorelle, unite da un unico ministero pastorale e chiamate a camminare insieme. Un richiamo che riprende anche le parole della Bolla Papale, letta all’inizio della celebrazione, nella quale Leone XIV affida al presule il compito di “promuovere con sollecitudine la comunione delle Chiese” e di unirle “con vincoli sempre più stretti di fede e di carità”.
Una comunione quanto mai necessaria in un tempo segnato da “tanti ‘io’ soli, senza o contro gli altri”, ha osservato Ferretti, descrivendo una società nella quale sembrano prevalere le scelte individuali, mentre si indeboliscono le relazioni personali e la dimensione comunitaria. Una condizione che attraversa anche le famiglie e che rischia di lasciare le persone più fragili e impaurite, soprattutto quando devono affrontare le difficoltà e le prove della vita.
“Scollati da una comunità, da un pensarsi insieme, da un sentirsi parte di qualcosa, rischiamo la solitudine”, ha sottolineato l’Arcivescovo, indicando nell’Eucaristia domenicale un luogo privilegiato per ritrovare il senso dell’appartenenza all’unica famiglia. È attorno a Cristo e alla sua Parola, infatti, che i fedeli sono chiamati a riunirsi, superando la logica dell’isolamento. «Essere comunità ci aiuta a vivere, ci rende migliori, ci libera dalle angosce e dalle paure», ha affermato, ricordando che «la Chiesa è comunità. È comunità che unisce, che supera i confini e le barriere».
Richiamando anche la propria esperienza missionaria in Mozambico, mons. Ferretti ha evidenziato la dimensione universale della Chiesa, che non può essere ridotta a una somma di realtà particolari e separate. Un’immagine efficace è quella consegnata dalla Didachè nella preghiera eucaristica: “Come questo pane era prima sparso sui colli e raccolto divenne una cosa sola, così la tua Chiesa si raccolga dai confini della terra nel tuo regno”. Nell’Eucaristia, dunque, i diversi “io” diventano un “noi”, perché “l’Eucaristia crea la comunione”.

Da qui il riferimento all’unione delle due Diocesi, che restano distinte ma sono chiamate a vivere una fraternità sempre più concreta: “Da oggi siamo più fratelli e sorelle”, ha detto l’Arcivescovo, sottolineando come il ministero episcopale condiviso rappresenti una responsabilità che non può essere vissuta individualmente, ma richiede la partecipazione e il sostegno reciproco. “Il vescovo non è solo, o non si deve mai pensare da solo. Insieme ci sosteniamo in questo bel compito di fraternità e di unità nella diversità dei contesti”.
Una responsabilità che riguarda l’intera comunità ecclesiale, chiamata a testimoniare un modo diverso di abitare il territorio: “Della nostra unità c’è grande bisogno”, ha insistito il presule, indicando le attese di una terra nella quale, soprattutto tra i giovani, emerge la ricerca di maestri di vita, di punti di riferimento e di relazioni autentiche: “È difficile trovare chi ti vuol bene davveroì”, ha osservato, denunciando ancora una mentalità dominata dal benessere individuale e dall’interesse, che alimenta rivalità e lascia le persone senza riferimenti.
In questo scenario si inserisce la parabola evangelica delle dieci vergini proposta dalla liturgia di questa domenica, con l’olio custodito da quelle sagge come immagine dell’amore, della fede e dell’unità vissuti nella comunità. Infatti, è l’olio che permette di riconoscere e accogliere lo Sposo al suo arrivo, senza lasciarsi trovare impreparati: “È l’olio buono dell’amore, dell’unità, di una fede vissuta in comunità”, ha spiegato Ferretti, invitando a non cercare altrove ciò che nasce dalla comunione e dall’apertura agli altri.
Infine, l’appello ad essere una Chiesa dalle porte aperte, capace di accogliere senza esclusioni: “Tutti amiamo, tutti benediciamo, tutti perdoniamo, tutti accogliamo. Nessuno è straniero nella Chiesa, nessuno è perso per sempre”. “Uniamoci perché non ci manchi e non manchi mai l’olio del Vangelo a questa terra di Capitanata”; il monito finale.
Un cammino di comunione affidato, al termine della celebrazione, anche all’intercessione di Maria, Assunta in cielo e Patrona, perché le due Chiese possano diventare sempre più una testimonianza di fraternità e di unità, capace di raggiungere e accogliere tutti.