di Fabio Beretta
Se c’è una pagina del Vangelo che mette profondamente in crisi i cristiani di tutte le epoche questa è senza dubbio il discorso della montagna. Un discorso “strano, eccessivo”, persino “scomodo”, perché distante dalle logiche del mondo e dalle piccole soddisfazioni quotidiane alle quali teniamo. Eppure, la ricetta per essere davvero Santi, cioè felici, è tutta in quelle poche righe che la Chiesa ripropone ogni anno nella solennità di Tutti i Santi, come ha ricordato mons. Giorgio Ferretti, Arcivescovo di Foggia-Bovino e Vescovo di Lucera-Troia, presiedendo, nella Cattedrale di Foggia, la Santa Messa.
Per l’occasione, come avviene da qualche anno a questa parte, sull’altare maggiore erano esposte le reliquie dei Santi custodite in basilica, tra cui si possono riconoscere quelle dei compatroni, i Santi Guglielmo e Pellegrino, e ancora quelle di San Donato, San Giacomo apostolo e Santa Vittorina.

Commentando questa scomoda pagina di Vangelo, il presule ha anzitutto richiamato il significato del monte sul quale Cristo sceglie di salire per rivolgersi alla folla. Un luogo che, nella tradizione biblica, rappresenta lo spazio privilegiato dell’incontro con Dio e dell’insegnamento. “È come se Gesù quel giorno, da quel luogo, volesse stipulare una nuova alleanza tra Dio e il suo popolo”, ha osservato Ferretti, ricordando il legame tra la legge consegnata a Mosè sul Sinai e quella proclamata da Cristo sul monte delle Beatitudini, “la definitiva”.
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Davanti a Gesù c’è una folla composta da persone stanche, malate, povere, disorientate, uomini e donne alla ricerca di un senso per la propria esistenza. Persone che il Maestro conosce e delle quali comprende domande e bisogni. “E ne ha compassione”, ha sottolineato l’Arcivescovo, individuando proprio nella compassione la ragione profonda di quella scena evangelica. Gesù non si impone con la forza, ma indica una strada: “Suggerisce agli uomini come essere felici, come migliorare il mondo”.
“La sua è l’autorità di chi viene per servire e non per essere servito“
Da qui le domande che attraversano ogni tempo: “Chi è felice? Chi è beato? Come essere felici?”. La risposta di Cristo rovescia le aspettative umane. Beati sono i poveri in spirito, coloro che vivono nell’umiltà e non cercano di prevalere sugli altri; i misericordiosi, capaci di liberarsi dal rancore attraverso il perdono; gli afflitti, ai quali Dio si fa vicino; i miti, gli affamati di giustizia e i puri di cuore. E ancora, i perseguitati a causa della giustizia e quanti subiscono insulti per il nome di Cristo.
Un’attenzione particolare Ferretti l’ha riservata ai costruttori di pace. “Il mondo ha bisogno di loro, la creazione anela pace e li benedice”, ha affermato l’Arcivescovo, riconoscendo in chi si impegna a costruirla una persona investita di una vera missione. “Il costruttore di pace ha una missione nel mondo e questo dà senso e pienezza alla vita. Chi costruisce pace è felice!”.
Una proposta che, tuttavia, appare distante dalla mentalità corrente. Se per chi ascoltava Gesù sul monte quelle parole rappresentavano una novità, oggi la situazione non è tanto diversa: le Beatitudini sembrano difficili da accogliere, quasi irrealistiche, in un mondo abituato alla logica della forza, dell’odio e della violenza.
“Si potrebbe dire che le Beatitudini sono belle, ma certamente impossibili”
Eppure, ha spiegato Ferretti, “questa è la logica di Dio”. Una logica che non vuole uomini arroganti, soli e tristi, ma persone capaci di non lasciarsi dominare dalla rabbia, dagli istinti, dagli sbalzi d’umore, dalle mode o dalle esigenze del consumo. Il rischio, piuttosto, è quello di accontentarsi di una vita semplicemente più comoda e tranquilla, senza lasciarsi interpellare fino in fondo dalla proposta evangelica.
“La verità è che quel che a noi sta più a cuore è vivere un po’ meglio, un po’ più tranquilli. E nulla più. Non vogliamo essere ‘beati’ davvero”, ha rimarcato l’Arcivescovo. È questa, secondo il presule, la ragione per cui la beatitudine evangelica è diventata una parola estranea agli uomini e alle donne del nostro tempo: “La beatitudine del Vangelo ci fa paura”. Un messaggio radicale, troppo diverso dalle nostre abitudini, eppure capace di spingerci verso un’esistenza più autentica.
Del resto le Beatitudini, ha precisato, “non sono troppo alte per noi”, perché hanno un volto concreto e umano: quello di Gesù. È in Cristo, “povero, mansueto, misericordioso, perseguitato”, che trova compimento la promessa annunciata sul monte.
Da qui l’invito ad ascoltarne i consigli di Gesù: “Quella Parola che, scendendo dentro il nostro cuore, sarà prima amara e poi dolcissima”. Perché, ha concluso mons. Ferretti, “solo la Parola del Signore ci sfida e ci invita alla felicità. Guardiamo e seguiamo il Signore Gesù e saremo Beati”.