Omelia mons. Ferretti, basilica Cattedrale di Foggia, 1 novembre 2026
Gesù, vedendo tanta gente che si raccoglie attorno a lui, sale sulla montagna e comincia ad insegnare. Vuole dare una solennità particolare a quel discorso e lo fa salendo su un monte. Infatti la montagna è il luogo per eccellenza in cui Dio ammaestra. Dal monte si può guardare lontano. Si può scrutare meglio e in modo più distaccato la realtà. È come se Gesù quel giorno, da quel luogo, volesse stipulare una nuova alleanza tra Dio e il suo popolo.
La prima fu sancita con la legge data a Mosè sul monte Sinai; la seconda – la definitiva – riceve il suo sigillo con questa nuova legge proclamata da Gesù sul monte delle Beatitudini. E all’interno di questo discorso, come a formarne il cuore, il centro, troviamo il brano che abbiamo letto oggi.
Gesù è all’inizio della sua vita pubblica e gli uomini e le donne che si raccolgono intorno a lui sono i suoi primi discepoli. E lo cercano, vogliono ascoltarlo, perché sentono che Gesù è un maestro buono. Un uomo che parla in modo diverso da chiunque altro. Infatti, dice il Vangelo, che Gesù non insegnava come facevano abitualmente tutti gli altri maestri del tempo (e ce n’erano sparsi ovunque): egli parlava “con autorità”. Così nota l’evangelista al termine del discorso dal monte. Era l’autorità di chi veniva tra gli uomini per servire e non per essere servito.
Gesù non impone la sua parola con la forza ma suggerisce agli uomini come essere felici, come migliorare il mondo. E la gente che lo andava ad ascoltare percepiva queste cose, toccava con mano la verità e la concretezza di quelle parole. Era gente spesso stanca e malata, povera e mendicante, talvolta violenta e orgogliosa, altre volte disperata. Tanti uomini e donne disorientati che cercavano un senso.
Gesù li aveva davanti agli occhi ormai da più giorni; possiamo immaginarlo mentre guarda quegli uomini e quelle donne che lo seguono anche a costo di sacrifici: li interroga, li ascolta, ha imparato a conoscere alcuni anche per nome, ma soprattutto conosce, se non le loro storie, certamente le loro domande, i loro bisogni.
E ne ha compassione. E proprio in questo sentimento forte di compassione che si trova la ragione della scena evangelica. Vedendo quella gente stanca e sfinita sale sul monte; così come oggi, come ogni domenica, come ogni volta che ascoltiamo il Vangelo, il Signore sale dalle pagine del Vangelo e ci parla della felicità.
Chi è felice? Chi è beato? Come essere felici? È la domanda nel cuore di ogni persona. E a tutti il profeta di Nazaret vuole proporre la sua idea di felicità e di beatitudine. Già i salmi avevano abituato i credenti di Israele al senso della Beatitudine: “Beato l’uomo – dicono i Salmi – che spera nel Signore, beato l’uomo che ha cura del debole, beato l’uomo che confida nel Signore” (Cfr Salmi 1,40,41). Quest’uomo può dirsi felice.
Gesù dice beati gli uomini e le donne poveri di spirito, coloro che non si esaltano, ma nell’umiltà ascoltano Dio e si relazionano con cortesia verso i fratelli. L’uomo e la donna umili sono felici perché non smaniano, non sgomitano ma godono dell’amicizia di Dio e dei fratelli.
Beati i misericordiosi, cioè chi non serba rancore nel suo cuore perché il rancore intristisce e uccide. Il misericordioso sa di essere poca cosa, chiede perdono a Dio e perdona coloro che hanno peccato contro di lui. Il misericordioso è felice perché il suo cuore è in pace. Beati gli afflitti perché Dio si fa loro vicino e li consola. Beati i miti, perché di chi ha la pace nel il cuore tutti vogliono essere amici. Beati gli affamati di giustizia, perché la giustizia genera pace.
Beati i puri di cuore, perché Dio accompagnarsi con loro. Beati i perseguitati a causa della giustizia e anche coloro che sono insultati e perseguitati a causa del suo nome, perché avranno le lacrime di Dio. Ma soprattutto beati i costruttori di pace, perché il modo ha bisogno di loro, la creazione anela pace e lo benedice. Il costruttore di pace ha una missione nel mondo e questo dà senso e pienezza alla vita. Chi costruisce pace è felice!
Certo quegli uomini e quelle donne che ascoltavano Gesù parlare – possiamo immaginare a bocca aperta – parole così non le avevano mai udite. Gli uomini sono così abituati a sentire parole di odio, di forza, vivevano in un mondo dove è insegnata la logica della violenza. E anche a noi che le ascoltiamo oggi, paiono molto lontane, da noi e dal nostro mondo, sembrano davvero irreali. Sì, si potrebbe dire che le beatitudini sono belle, ma certamente impossibili.
Eppure, questa è la logica di Dio. Gesù non ci vuole forti, arroganti, soli, tristi ma vuole per noi una felicità vera, piena, che resiste alla rabbia, all’istinto, agli sbalzi di umore e che non soggiace ai ritmi della moda o delle esigenze dei consumi.
La verità è che quel che a noi sta più a cuore è vivere un po’ meglio, un po’ più tranquilli. E nulla più. Non vogliamo essere “beati” davvero. La beatitudine del Vangelo ci fa paura e per questo è diventata una parola estranea agli uomini e alle donne del mondo. La beatitudine è strana, eccessiva; è una parola così forte e così carica da essere troppo diversa dalle nostre soddisfazioni spesso insignificanti. Ma oggi la parola evangelica delle Beatitudini ci colpisce e ci chiede di uscire per spingerci verso una vita piena, una gioia più profonda.
Le Beatitudini, sorelle e fratelli, non sono troppo alte per noi, come non lo erano per quella folla che per prima le ascoltò. Esse hanno un volto davvero umano: il volto di Gesù.
Contempliamolo, sorelle e fratelli, l’uomo delle beatitudini, l’uomo povero, mansueto e misericordioso, l’uomo perseguitato e messo a morte, l’uomo che porta pace nel mondo.
Guardiamo quest’uomo, cerchiamone il volto, cerchiamo di comprenderne le ragioni, ascoltiamo i suoi consigli, seguiamo la sua Parola. Quella Parola che, scendendo dentro il nostro cuore, sarà prima amara e poi dolcissima. Perché solo la Parola del Signore ci sfida e ci invita alla felicità. Guardiamo e seguiamo il Signore Gesù e saremo Beati.