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22 marzo 1731: la carezza dell’Iconavetere alla città di Foggia colpita dal terremoto

A Foggia, ogni anno, si ricorda il prodigio del 22 marzo 1731. Il capoluogo, durante la notte del 20 marzo di quell’anno, in piena Settimana Santa, venne distrutto da un forte terremoto.

Crollarono molti edifici e ci furono oltre 2mila vittime nella sola città di Foggia. Il sisma, secondo gli studi di magnitudo 6.53 e classificabile al nono grado della scala Mercalli, interessò tutta l’area compresa tra Foggia e Bisceglie. L’epicentro, infatti, è stato successivamente individuato tra Stornara e Stornarella.

L’Iconavetere fu portata in salvo, assieme alle ostie consacrate, dalla Cattedrale, seriamente danneggiata. Il Sacro Tavolo venne trasportato in un nella chiesa dei Cappuccini, oggi andata distrutta. Del luogo, però, sono visibili alcune rovine che adornano quello che oggi è il parco dell’Iconavetere.

Il nome non è casuale: è proprio qui che nel Giovedì Santo del 1731, dall’oblò nero, i foggiani, riuniti in preghiera, videro il volto della Vergine Maria. Una cronaca postuma, risalente al 1882, descrive così l’accaduto:

Nel Giovedì Santo, 22 marzo (1731), il reverendo Arciprete della maggior Chiesa don Nicolò Guglielmoni si recò nella chiesa de’ Cappuccini per fare atto di omaggio alla Vergine, e celebrarvi la messa. Mentre la moltitudine era tutta intenta col pensiero e con gli occhi alla sacra Icona, e pregava e piangeva, apparve per la prima fiata il celeste e vivo volto di Lei da quel vano in forma di disco, ch’è formato sui drappi, onde si adorna il Tavolo. Annunziata tal visione, tutto il popolo sparso in diversi punti della campagna accorre, e con impeto vuole penetrare nella chiesa. Ad evitare confusione e tristi conseguenze si prese il partito di ergere fuori la chiesa un altare provvisorio, sul quale venne collocata la Icona Vetere. Si principiò intento il Sacrifizio della messa, ed allorchè s’intuonò il cantico Gloria in excelsis Deo. Ed ecco incontrarsi gli sguardi di tutti col benedetto ed amoroso volto della Vergine. Le grida universali echeggiarono per ogni dove, ed infinite lagrime di gioia e di tenerezza rigarono le guance degli affettuosi divoti […] Il popolo e le autorità locali di ogni grado, ginocchioni innanzi all’altare, dopo aver osservato e verificato il portento”, ammirarono “le sembianze della Regina degli Angioli, che per qualche tempo restò visibile, diffondendo, come iride di paradiso, copiosi raggi di celestiale splendore. I cittadini allora incoraggiati dall’augusta presenza, respirarono a guisa del naufrago, che mentre sta per essere sommerso dalle onde di burrascoso mare, giunge, quando meno sel crede, a mettere piede sulla riva.

In tanti accorsero al luogo, che ben presto divenne troppo piccolo. Il Sacro Tavolo venne quindi portato in una chiesa situata poco fuori porta Arpana, dedicata a San Giovanni Battista. Qui le apparizioni continuarono per diverse settimane. Di queste apparizioni fu testimone oculare anche Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che descrisse così quell’evento:

Vidi molte volte ed in diversi giorni, nel cristallo di quella Immagine, il volto di Maria Vergine, come volto di una verginella fra i tredici ed i quattordici anni, la quale aveva coperto il capo di un velo bianco. E […] vidi quel volto non come scultura o pittura, ma come volto vero, carneo, di fanciulla. Il volto si volgeva qua e là, e nel medesimo tempo che era veduto da me, era pur veduto da tutto il popolo ivi raccolto, il quale perciò si raccomandava a Maria Santissima con grande fervore.