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1943: quando Pio XII aiutò Foggia ferita dalle bombe

di Fabio Beretta

È il 1943. In Europa, e non solo, infuria la guerra. Nell’estate di quello stesso anno, la città di Foggia vive una delle pagine più buie della sua storia. Il capoluogo dauno, con il suo importante snodo ferroviario e le annesse officine e i depositi, diventa obiettivo di una massiccia offensiva aerea che, da maggio a settembre, semina morte e distruzione.

Al grido d’aiuto della popolazione, stremata dai ripetuti attacchi, risponde il Papa, che da Roma fa giungere una somma a mons. Fortunato Maria Farina, vescovo dell’epoca, per “alleviare le angustie” dei foggiani.

Una lettera straziante

Angustie ben descritte in una lunga lettera che il Vescovo di allora, mons. Farina, inviò al Pontefice alla fine di agosto, “col cuore stretto dalla grave angoscia del disastro immane che ha funestato la nostra povera Foggia a causa delle incursioni aeree”.

Il presule racconta con dovizia di particolari tutte le incursioni aeree: da quelle di maggio, “realmente dirette ad obiettivi militari”, a quelle delle settimane successive. Ed è proprio in questo contesto che mons. Farina maturò la decisione “di mettere in salvo la veneratissima immagine della Madonna Incoronata” a Troia, dove fu esposta “alla venerazione del popolo nella chiesa Cattedrale”. Ma è sull’incursione del 22 luglio che il vescovo si sofferma maggiormente.

Di quel bombardamento, riferisce mons. Farina nella missiva redatta, molto probabilmente a Troia, “non si è potuto calcolare esattamente il numero delle vittime poiché moltissimi resti umani furono rinvenuti sparpagliati e non riferibili gli uni agli altri; molti morti giacciono tuttora sotto le rovine non escavate. Si pensa che i morti non siano meno di duemila. Di quattrocentottanta cadaveri raccolti e sepolti al cimitero, solo un centinaio sono stati identificabili”. Il clero e i religiosi non rimasero fermi; al contrario, si adoperarono tanto “da guadagnarsi l’espressione di elogio da parte delle Autorità civili e militari”.

La Villa di Foggia dopo il bombardamento

Sacerdoti e consacrati non solo assistettero i feriti, ma si fecero anche carico del “seppellimento dei morti”, azione che mons. Farina definisce “oltremodo difficile” perché “già i cadaveri erano in piena decomposizione”. Allo stesso modo, “il clero di Troia si prodigò, inoltre, nell’opera di soccorso agli sfollati, coadiuvato dai chierici più grandi che stanno santificando così queste tragiche vacanze”.

Dopo questo attacco, i foggiani ritennero che ulteriori bombardamenti sulla città non avessero più alcun senso. Ma la storia racconta altro. Il 19 agosto, a mezzogiorno, “si abbatté su tutta la città una incursione che, a detta degli stessi inglesi, è stata la più terribile da essi operata nell’Europa meridionale. Molte centinaia di apparecchi, in sei ondate successive, per lo spazio di due ore e mezzo, scaricarono su tutti i punti della città migliaia e migliaia di bombe. E quasi ciò non bastasse, la notte ci fu una nuova incursione violentissima, ripetutasi poi il 25 mattina”.

Chiese danneggiate, l’Iconavetere tratta in salvo

Mons. Farina descrive “molte chiese danneggiate, sebbene, grazie a Dio, nessuna crollata”. Il Duomo “ha avuto un tetto abbattuto e una volta forata, oltre a tutte le vetrate istoriate, opera di molto pregio inaugurata solo 15 anni or sono, danneggiate in maniera irreparabile”.

Si decise quindi di “trasferire la veneratissima Icona della Madonna dei Sette Veli, protettrice della Città, e le sacre reliquie dei Santi Guglielmo e Pellegrino” a San Marco in Lamis, “ove si era rifugiata una notevole parte della popolazione terrorizzata”. A Troia, invece, “ove si era rifugiata una vera moltitudine, per la sua maggior vicinanza con la città, ho trasferito l’immagine della Madonna Addolorata, insigne per il miracolo del 1873, quando, a vista di popolo, mosse più volte gli occhi, ponendo fine al colera che affliggeva la città” e la “salma della Ven. Maria Celeste Crostarosa (oggi beata, ndr.), fondatrice delle Redentoriste, essendo la chiesetta di Santa Teresa, in Foggia, ove la Salma si conservava, così lesionata da far temere un crollo rovinoso della parete sinistra”.

Mons. Farina fra i comandanti delle truppe Alleate

Il Vescovo parla apertamente di una “città deserta. Gli Uffici pubblici, compresa la Prefettura, la Questura, il Municipio, si sono dislocati nei paesi della provincia. Solo al mattino presto ferve per le strade una macabra attività: gruppi di soldati che scavano le macerie e cittadini scesi dai paesi vicini a salvare quello che si può delle proprie masserizie”. Nei centri abitati attorno al capoluogo dauno “il clero svolge lavoro intenso per assistere spiritualmente e – nei limiti del possibile – temporalmente i poveri sfollati”.

Da qui la richiesta di aiuto al Papa: “Voi, Beatissimo Padre, che portate nel Cuore l’angoscia di tutte le lacrime del mondo, potrete profondamente comprendere l’angoscia del mio povero cuore di pastore, al cospetto di tanta calamità del mio povero popolo. Vogliate, Ve ne prego, degnarvi di rivolgerci la Vostra parola confortatrice, di impartirci la Vostra Apostolica Benedizione, ed Essa brillerà agli occhi nostri come un raggio di speranza tra le tenebre dell’ora presente”.

Mons. Farina non chiede denaro alla Santa Sede: “Un dono segnalatissimo Vi domando, Padre Santo, a consolazione del mio popolo: degnatevi di concedere l’indulgenza plenaria quotidiana a tutti i fedeli che, confessati e comunicati, pregando secondo le intenzioni di Vostra Santità, visiteranno l’effigie della Madonna Incoronata nella Cattedrale di Troia, e quella della SS. Addolorata che è custodita nella chiesa di San Domenico, pure di Troia, e parimenti l’indulgenza plenaria, alle stesse condizioni, ai fedeli che visiteranno l’Icona della Madonna dei Sette Veli e le reliquie dei Santi Guglielmo e Pellegrino, custodite nella chiesa collegiata di San Marco in Lamis, della Diocesi di Foggia”.

La risposta del Papa

Pochi giorni dopo, dal Vaticano arriva una risposta. Il Cardinal Luigi Maglione, Segretario di Stato, in una lettera datata 1° settembre 1943, scrive a mons. Farina comunicandogli che il Pontefice ha ricevuto le “dolorose notizie sugli immensi danni provocati dalle incursioni aeree sulla città di Foggia e, come segno della sua amorevole attenzione verso la popolazione colpita da questa immane sciagura”, oltre a concedere l’indulgenza chiesta dal presule, invia la somma di £ 100.000 (centomila lire) “per alleviare le loro angustie”.

Mons. Farina risponde al Cardinal Maglione affermando di aver ricevuto la sua lettera con la “generosissima elargizione del Santo Padre di lire centomila”, esprimendo una commossa gratitudine e assicurando che porterà a tutta la popolazione colpita “la parola confortatrice del Santo Padre”.

Pio XII dopo i bombardamenti di Roma dell’estate 1943

I bombardamenti

Gli attacchi iniziano il 28 maggio. Una prima incursione che, però, ha effetti limitati. La missione viene ripetuta pochi giorni dopo, il 30 e il 31 maggio, quando i Consolidated B-24 Liberator colpiscono l’aeroporto e decine di bombardieri Junkers Ju 88, in forza all’aviazione tedesca, provocando danni anche al centro abitato.

Ma è nel luglio di quello stesso anno che la morte piove dal cielo senza lasciare scampo. Il 15 luglio i bombardieri quadrimotori Liberator della Ninth Air Force, al comando del generale Lewis Brereton, decollano dalle basi alleate in Cirenaica per colpire nuovamente Foggia e i suoi aeroporti, con l’obiettivo di rallentare il concentramento dei velivoli dell’Asse, considerati una minaccia per le operazioni in corso in Sicilia.

La stazione ferroviaria dopo gli attacchi degli Alleati

L’attacco viene ripetuto il 22 luglio, questa volta da 71 Boeing B-17 Flying Fortress appartenenti al 97th e 99th Bomber Group. Il 16 agosto il comando della Ninth Air Force prepara una pesante incursione contro gli aeroporti di Foggia, ancora operativi. I B-24 crivellano le piste, i ricoveri e le infrastrutture.

In vista dell’invasione della penisola, la Ninth Air Force viene incaricata di colpire nuovamente le basi aeree italiane. Foggia torna così tra gli obiettivi e il 19 agosto ben 162 B-17 e 71 Liberator rovesciano 646 tonnellate di bombe sui depositi ferroviari della città, nodo di comunicazione cruciale per le divisioni tedesche in arrivo dal Brennero e dall’Italia settentrionale. All’attacco statunitense segue, durante la notte, il bombardamento condotto da uno stormo di Vickers Wellington della Royal Air Force.

Gli Alleati non si fermano qui: avendo notato una ripresa delle forze tedesche, il 25 agosto la Ninth Air Force invia 140 caccia Lockheed P-38 Lightning per colpire quel poco che i tedeschi avevano riparato delle basi aeroportuali, oltre alla rete stradale e ferroviaria. Il 31 agosto gli Alleati compiono un raid minore, ma tedeschi e italiani riparano rapidamente i danni. Questo, per gli americani, rappresenta un problema. Così, il 7 settembre, 124 B-17, suddivisi in tre gruppi distinti, sganciano sul territorio dauno 180 tonnellate di bombe.

Il pronao della Villa dopo il bombardamento

I bombardamenti continuano anche il 10 e l’11 settembre. L’ultimo attacco avviene cinque giorni dopo: il 16 e il 17 settembre il territorio è nuovamente interessato da incursioni aeree.

Secondo i dati disponibili, la città di Foggia e le aree circostanti furono colpite, dalla fine di maggio alla metà di settembre del 1943, da quattordici bombardamenti aerei. Di questi, due furono azioni minori (31 agosto e 10-11 settembre), mentre uno in particolare, quello del 25 agosto, fu il più devastante per il centro abitato.

Non esistono, però, cifre precise sulle perdite tra la popolazione civile, rimasta coinvolta nelle operazioni militari. Nella memoria collettiva e, di conseguenza, anche in parte della storiografia, si è imposto il numero di 20 mila morti, vale a dire un terzo degli abitanti di allora. Si tratta, tuttavia, di una stima non suffragata da fonti d’archivio e probabilmente lontana dalla realtà, anche in considerazione della relativa distanza delle piste d’atterraggio dalle aree più densamente urbanizzate. Gli aeroporti, ancor più della stazione ferroviaria, costituivano infatti gli obiettivi principali dei ripetuti attacchi alleati. L’unica certezza è che le vittime furono “alcune migliaia”.

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