di Fabio Beretta
La quiete della montagna interrotta da un sussulto che sa di morte. Basta un momento e tutto quello che un popolo aveva realizzato crolla. Al suolo rovinano case e scuole. Tutto quello che era ora non esiste più. Gli abitanti lo ribattezzano Orcolat (orcaccio in lingua friulana, ndr) e ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, quella parola evoca alla mente una sola parola: morte.
I friuliani lo chiamano Orcolat, gli scenziati sisma: un terremoto di magnitudo 6.5 della scala Richter che colpì l’area geografica a nord di Udine alle ore 21 del 6 maggio 1976. Ulteriori scosse si verificarono l’11 e il 15 settembre dello stesso anno. Il bilancio delle vittime è tragico: 990.
Ad oggi Orcolat è annoverato come il quinto peggior evento sismico che abbia colpito l’Italia nel XX secolo (dopo il terremoto di Messina del 1908, il terremoto della Marsica del 1915, il terremoto dell’Irpinia del 1980 e il terremoto dell’Irpinia e del Vulture del 1930).

Da tutta Italia si mossero per portare aiuti. La Protezione Civile, istituita appena due anni prima, trovò in Friuli il suo primo vero banco di prova. Anche la Caritas, nata da poco, muove i suoi primi passi su larga scala nel maggio del 1976. Ma non si mobilitarono solo le Istituzioni civili. Anche le Diocesi italiane si attivarono per portare soccorsi e aiuti. Tra queste, l’allora Diocesi di Foggia.
Coperte, vestiti e beni di prima necessità, oltre a somme di denaro, vennero raccolte nelle parrocchie del capoluogo dauno. Per diversi giorni, alcuni camion fecero la spola tra le chiese del centro e della periferia per raccoglierne le donazioni. Poi il viaggio, insieme a un gruppo di volontari, verso Udine.
“Il Friuli ringrazia e non dimentica”, dissero all’epoca. E a cinquant’anni di distanza da quella tragica notte, è viva più che mai una memoria che non è soltanto commemorazione, ma indicazione concreta per il presente. A raccontarlo è mons. Antonio Sacco, Vicario episcopale delegato dall’Arcivescovo, che assieme al diacono Antonio Argentino ha fatto parte della delegazione diocesana che dal 2 al 4 maggio 2026 ha preso parte alle celebrazioni legate all’anniversario svoltesi tra Udine e Gemona.
Tra queste, di particolare rilievo, la messa in suffragio delle vittime, celebrata domenica 3 maggio alla presenza di tutte le delegazioni italiane e presieduta dal cardinal Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Durante la funzione è stato letto il telegramma, a firma del Segretario di Stato di Sua Santità, Pietro Parolin, che Papa Leone XIV ha inviato con l’auspicio che “la memoria di così tragico evento susciti il rinnovato impegno nella promozione dei valori della fraternità e della carità” (clicca qui per leggere il testo completo del telegramma del Papa)

Un programma articolato, che ha incluso convegni, celebrazioni e incontri. Il terremoto devastò in particolare le aree montane, cancellando interi borghi caratterizzati da una civiltà contadina isolata e autosufficiente. Piccole frazioni, spesso composte da poche decine di abitanti, furono quasi completamente distrutte. Tra queste, Prossenicco, oggi frazione del comune di Taipana, simbolo di una ricostruzione che ha restituito dignità ai luoghi pur in presenza di una popolazione ridotta a poche unità.
“Un villaggio ricostruito con cura – racconta don Antonio – dove si percepisce ancora oggi l’attenzione per i dettagli, dai giardini al piccolo museo della civiltà contadina”.
È proprio da quell’esperienza che prese forma il cosiddetto “modello Friuli”, fondato su una ricostruzione ordinata e progressiva: prima il rilancio delle attività produttive, poi le abitazioni e infine gli edifici religiosi. Un approccio che mirava a restituire autonomia e futuro alle comunità colpite.
Ma accanto alla ricostruzione materiale, ciò che più colpisce è l’eredità umana e sociale lasciata da quella tragedia. “Dalle macerie è rinato un popolo”, sottolinea il Vicario episcopale. Il sisma, pur nella sua drammaticità, ha favorito la nascita di relazioni, collaborazioni e legami duraturi tra volontari e popolazione locale. Molti giovani giunti da tutta Italia per aiutare decisero di restare, altri tornarono negli anni, dando vita a amicizie e persino a nuove famiglie.

Un cambiamento profondo anche sul piano culturale: comunità un tempo isolate hanno imparato a comunicare, a collaborare, a sentirsi parte di una realtà più ampia. Un senso di appartenenza che ancora oggi si manifesta nei piccoli gesti quotidiani, come il saluto tradizionale “mandi”, espressione di riconoscimento e fraternità.
Da questa esperienza emerge una lezione che travalica il contesto storico. “Anche dalle tragedie più grandi può nascere qualcosa di nuovo, se si sceglie di affrontarle insieme”, viene evidenziato. Un messaggio che appare particolarmente attuale anche per territori segnati da fragilità sociali e divisioni.
La vera sfida, oggi come allora, è quella di trasformare le crisi in occasioni di coesione. Solidarietà, fiducia e collaborazione restano gli strumenti fondamentali per ricostruire non solo edifici, ma comunità. Perché, come dimostra il Friuli, la rinascita non è soltanto possibile: è una scelta condivisa.