“Rivestirsi di Cristo” ogni momento del giorno, non solo quando si celebra all’altare, per essere nel mondo “segno di amore e di pace”. Nel cuore della Settimana Santa, il pastore della Chiesa di Foggia-Bovino abbraccia il il clero diocesano riunito basilica Cattedrale per celebrare il rito che chiude ufficialmente il tempo forte della Quaresima: la Messa Crismale.
L’Arcivescovo, come impone la liturgia, ha consacrato gli Oli Santi (per un totale di 18 litri di olio e in parte donato dalla Questura di Foggia; quest’ultimo proviene dal Giardino della Memoria di Capaci e rappresenta un segno concreto di memoria e impegno civile, ndr) che saranno impiegati nelle parrocchie per l’amministrazione dei sacramenti: l’olio degli infermi, l’olio dei catecumeni e l’olio del Crisma, misto a profumo.

Un profumo che ha inondato l’intera basilica evaporando in una nuvola bianca: gli aromi, infatti, dopo essere stati versati nella grande ampolla d’argento, vengono bruciati per essere veramente percepibili all’olfatto. Il Crisma, infatti, non deve solo ungere ma anche profumare abbondantemente affinché, come recita la solenne preghiera di benedizione, le persone che vengono segnate con questo olio, “spandano il profumo di una vita santa”.
La celebrazione, svoltasi alla vigilia del Giovedì Santo, è iniziata con un momento di incontro e dialogo fra l’Arcivescovo e tutto il clero diocesano nella chiesa dell’Annunziata. Da qui si è snodata la processione che ha poi raggiunto la basilica Cattedrale dove si è celebrato il rito caratterizzato non solo dalla consacrazione degli Oli Santi ma anche dal rinnovo delle promesse fatte nel giorno dell’ordinazione. Questo gesto solenne sottolinea la comunione presbiterale, il legame con il Vescovo e la missione di Cristo, riaffermando l’impegno di fedeltà e servizio al popolo di Dio.

Durante la funzione, un nostro fratello che ha ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana nella Chiesa Ortodossa ha chiesto di essere ammesso alla piena comunione con la Chiesa Cattolica. In questa liturgia attraverso l’antico rito dell’imposizione delle mani del Vescovo, dopo aver professato l’unica fede, è stato accolto nella comunità cattolica, ricevendo anche l’Eucaristia.
Dalla sua cattedra, mons. Ferretti, rivolgendosi proprio al suo clero, si è soffermato proprio su questo aspetto della celebrazione, incentrando la sua omelia sull'”abito” che ogni fedele, sacerdote o laico che sia, riceve il giorno del proprio Battesimo.
Partendo da un racconto dello scrittore russo Lev Tolstoj, il presule ha spiegato il senso dell’Incarnazione: Dio si è fatto uomo, assumendo la condizione umana, perché l’uomo potesse partecipare alla vita divina. Un’immagine che trova compimento, per l’appunto, nel Battesimo, quando, come ricorda san Paolo, i cristiani “si rivestono di Cristo”.
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Questo tema della “vestizione” ritorna con particolare forza nel sacerdozio. Il sacerdote, infatti, ha sottolineato mons. Ferretti, è chiamato ad agire in persona Christi, non a nome proprio ma come strumento di Cristo. Un’identità che si manifesta anche attraverso i segni esteriori, come l’abito clericale e i paramenti liturgici, che non sono semplici formalità ma espressione visibile di una realtà interiore.
Da qui l’invito a tutto il clero a vivere con consapevolezza ogni gesto della liturgia, evitando le sciatterie, “superficialità e fretta”, e riscoprendo il significato spirituale dei paramenti: dall’amitto, “che oramai in pochi usano”, al camice che richiama il Battesimo, mentre stola e casula rimandano alla dignità ricevuta e alla missione affidata.

Citando poi l’insegnamento di San Gregorio magno, l’Arcivescovo ha poi evidenziato che il vero “abito” indispensabile per partecipare al banchetto del Signore è l’amore. Senza di esso, ogni gesto esteriore rischia di essere vuoto: “Una persona senza amore è buia dentro”, ha ricordato citando nuovamente il dottore della Chiesa.
Quindi l’esortazione a testimoniare Cristo nella vita quotidiana attraverso gesti semplici ma autentici: perdonare, accogliere, sorridere, abbracciare. Chi incontra un sacerdote, ha detto mons. Ferretti, “deve poter riconoscere in lui la presenza di Cristo”.
E, in un contesto geopolitco sempre più segnato da tensioni e conflitti, l’omelia si è allargata all’intero popolo di Dio: “non la forza o la violenza, ma la pace, la mitezza e il perdono” devono essere il “vestito” dei cristiani. Da qui l’invito finale a diventare, nel mondo, segni credibili del Vangelo, indossando sempre, non solo sull’altare o quando si celebrano le sacre liturgie, l’abito dell’amore per essere segno visibile della presenza di Cristo.
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