Omelia mons. Ferretti, basilica Cattedrale di Foggia, 01 aprile 2026

Carissimi sacerdoti,
care sorelle e fratelli,
lo scrittore russo Lev Tolstoj narra in un piccolo racconto di un sovrano severo che chiese ai suoi sacerdoti e sapienti di mostrargli Dio affinché egli potesse vederlo. I sapienti non furono in grado di appagare questo suo desiderio. Ma un pastore, che stava tornando dai campi, si offrì di rispondere e spiegò al re che i suoi occhi non erano sufficienti per vedere Dio.

Egli, però, volle almeno sapere che cosa Dio faceva. “Per poter rispondere a questa tua domanda – disse il pastore al sovrano – dobbiamo scambiare i vestiti”. Spinto dalla curiosità il sovrano acconsentì; consegnò i suoi vestiti regali al pastore e si fece rivestire del semplice abito dell’uomo povero. Ed ecco allora la risposta: “Questo è ciò che Dio fa” (Lev Tolstoj, saggio “Il regno di Dio in voi”).

Sorelle e fratelli, il Figlio di Dio – Dio vero da Dio vero, consustanziale al Padre – ha lasciato il suo splendore divino: “…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso … fino alla morte di croce” (cfr Fil 2,6ss). Dio ha – come dicono i Padri – compiuto il sacrum commercium, il sacro scambio: ha assunto ciò che era nostro, affinché noi potessimo ricevere ciò che era suo, divenire simili a Lui.

San Paolo, spiegando quanto accade nel Battesimo, usa esplicitamente l’immagine del vestito: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Nel Battesimo noi ci rivestiamo di Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti e questi non sono una cosa esterna. Per questo può affermare che “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,2).

Cristo ha indossato i nostri vestiti: il dolore e la gioia dell’essere uomo, la fame e la sete dei poveri, la stanchezza degli anziani, le speranze e le delusioni degli immigrati, la paura della morte dei malati. Ancora San Paolo nella Lettera agli Efesini ci ammonisce ad avere un nuovo vestito permanente: “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima! … [Dovete] rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,22-26).

Tutti nel Battesimo abbiamo indossato una veste bianca e questa teologia della vestizione ritorna in modo nuovo e con una nuova insistenza nell’Ordinazione Sacerdotale. Come nel Battesimo viene donato uno “scambio dei vestiti” con Cristo – per questo tutti siamo parte di una nazione santa e un sacerdozio comune – così anche nel ministero dell’ordine avviene uno scambio.

Nell’amministrazione dei Sacramenti, il sacerdote agisce e parla in persona Christi. Nei sacri misteri egli non rappresenta se stesso e non parla esprimendo se stesso, ma parla per l’Altro, per Cristo. Così nei Sacramenti si rende visibile in modo drammatico ciò che l’essere sacerdote significa; ciò che abbiamo dichiarato con il nostro “Eccomi!” durante la consacrazione sacerdotale: “Io sono qui perché tu possa disporre di me”. Ci mettiamo a disposizione – ancora San Paolo – di Colui “che è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi…” (2Cor 5,15). Metterci a disposizione di Cristo significa che ci lasciamo attirare dentro il suo “per tutti”. Solo essendo con Lui, possiamo esserci davvero “per tutti”.

In persona Christi: nel momento dell’Ordinazione sacerdotale, la Chiesa ci ha reso visibile ed afferrabile questa realtà dei “vestiti nuovi” dandoci gli abiti clericali che non dobbiamo mettere da parte per assomigliare di più agli altri uomini. In particolare nella domenica e nelle feste dobbiamo “vestire da prete”. Il popolo vuole vedere il sacerdote, vicino e altro da sé. Per comune Battesimo siamo membri di un unico popolo sacerdotale ma nel popolo siamo separati e l’abito lo ricorda a tutti e principalmente a noi.

Certo, nella liturgia tutto questo diviene palese nel rivestimento dei paramenti liturgici. In questo gesto esterno la Chiesa vuole renderci evidente l’evento interiore e il compito che da esso ci viene: rivestire Cristo; donarsi a Lui come Egli si è donato a noi. Indossare i paramenti deve essere per noi più di un fatto esterno: è l’entrare sempre di nuovo nel “sì” del nostro ministero, in quel “non più io” del Battesimo che l’Ordinazione sacerdotale ci dona in modo nuovo e al contempo ci chiede.

Il fatto che stiamo all’altare, vestiti con i paramenti liturgici, deve rendere chiaramente visibile ai presenti e a noi stessi che stiamo lì “in persona di un Altro”. Gli indumenti sacerdotali, così come nel corso del tempo si sono sviluppati, sono una profonda espressione simbolica di ciò che il sacerdozio significa.

L’indossare le vesti sacerdotali era una volta accompagnato da preghiere che aiutavano il prete a capire meglio i singoli elementi del ministero sacerdotale. Oggi non più ma attenzione a non arrivare di corsa alla celebrazione, indossando in modo rapido e noncurante l’abito di santità che, non per nostri meriti, ci è stato messo sulle spalle.

Pochi ormai mettono l’amitto (che copre e nasconde gli abiti), ma il camice e la stola e la casula evocano il vestito festivo che il padre donò al figlio prodigo tornato a casa cencioso e sporco. Quando ci accostiamo alla liturgia per agire nella persona di Cristo ci accorgiamo tutti quanto siamo lontani da Lui; quanta sporcizia, come diceva Benedetto XVI, esiste nella nostra vita.

Il Signore solo può donarci il vestito festivo, renderci degni di presiedere alla sua mensa, di stare al suo servizio. L’Apocalisse narra di 144.000 eletti non per merito loro, trovati degni di Dio. L’Apocalisse commenta che essi avevano lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello e che in questo modo esse erano diventate candide come la luce (cfr Ap 7,14).

In questo senso il camice ci ricorda il Battesimo e indossandolo dobbiamo ricordarci: Egli ha sofferto anche per me, per me è morto, mi ha salvato, mi perdonato e redento. E soltanto perché il suo amore è più grande di tutti i miei peccati, posso rappresentarlo ed essere testimone della sua luce.

Come insegna nelle sue omelie san Gregorio magno, Cristo ci ha invitato alle sue nozze e dato l’abito della festa. Nel Vangelo gli invitati al banchetto entrano tutti ma non colui trovato senza l’abito della festa. Allora Gregorio si domanda: “Ma che specie di abito è quello che gli mancava? Tutti coloro che sono riuniti nella Chiesa hanno ricevuto l’abito nuovo del Battesimo e della fede; altrimenti non sarebbero nella Chiesa. Che cosa, dunque, manca ancora? Quale abito nuziale deve ancora essere aggiunto?”.

E Gregorio risponde: “Il vestito dell’amore”. E purtroppo, tra i suoi ospiti ai quali aveva donato l’abito nuovo, la veste candida della rinascita, il re trova alcuni che non portano il vestito del duplice amore verso Dio e verso il prossimo. “In quale condizione vogliamo accostarci alla festa del cielo, se non indossiamo l’abito nuziale – cioè l’amore – che solo può renderci belli?” domanda Gregorio. “Una persona senza l’amore è buia dentro. Le tenebre esterne, di cui parla il Vangelo, sono solo il riflesso della cecità interna del cuore” (cfr Hom. 38, 8-13).

Fratelli, che i nostri paramenti siano sempre belli, lavati, profumati, non sciatti o trasandati, non portati senza la dignità che meritano. Ma come abbiamo ascoltato, quando ci apprestiamo alla celebrazione della Santa Messa, dobbiamo sempre domandarci se portiamo dentro l’abito dell’amore.

Chiediamo al Signore di allontanare sempre ogni ostilità dal nostro intimo, di toglierci ogni senso di autosufficienza e di rivestirci veramente con la veste dell’amore, affinché siamo persone luminose e non appartenenti alle tenebre. Dobbiamo amare e perdonare, sorridere, salutare, abbracciare. Chi ci sente parlare, chi ci saluta, chi cerca di toccare la nostra veste liturgica, vuole vedere Cristo. Da Lui dobbiamo imparare la mitezza e l’umiltà, l’umiltà di Dio che si mostra nel suo essere uomo.

San Gregorio di Nazianzo si chiese perché Dio avesse voluto farsi uomo, abbracciare, vestire la natura umana. Dice il Nazianzeno: “Dio voleva rendersi conto di che cosa significa per noi l’obbedienza e voleva misurare il tutto in base alla propria sofferenza, questa invenzione del suo amore per noi” (Discorso 30; Disc. teol. IV,6).

A volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non è per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in questo mondo. Spesso ci sentiamo stanchi, talvolta scoraggiati. Ma guardando poi a Lui, che su di sé ha portato l’obbedienza, la debolezza, il dolore, tutto il buio, allora questi nostri lamenti si spengono. Il suo giogo è quello di amare con Lui. E più amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente pesante. E questo è il senso delle bellissime celebrazioni che ci apprestiamo a vivere nel Triduo Pasquale.

Sorelle e fratelli, in questo tempo difficile, dove la forza sembra essere la lezione che il mondo deve continuare ad apprendere e vivere, noi dobbiamo tutti rivestirci di Cristo. Popolo Santo di Dio, sacerdoti, religiosi e religiose, dobbiamo mostrare attraverso il nostro abito di pace, mitezza e perdono, che il mondo non è destinato alla forza, alla guerra.

Rivestiamoci di pace, preghiamo sempre per la pace e preghiamo il Signore di aiutarci a diventare insieme con Lui persone che amano, per sperimentare sempre di più quanto è bello portare e mostrare al mondo il giogo dolce del Vangelo. Amen.