Nel canto di Maria risuona oggi il grido delle tante donne crocifisse della terra di Capitanata. Nel giorno in cui la città di Foggia celebra la sua patrona, l’Arcivescovo Ferretti richiama nuovamente la società civile tutta ad aprire gli occhi e a intervenire sulle tante situazioni di disagio che coinvolgono le donne, italiane e straniere, che vivono nel capoluogo dauno.
Dalla basilica Cattedrale, dove presiede la solenne celebrazione stazionale per commemorare il ritrovamento del Sacro Tavolo dell’Iconavetere e, al tempo stesso il dogma dell’Assunzione al Cielo di Maria, il presule richiama il significato universale della festa odierna, celebrata insieme dai cristiani d’Oriente e d’Occidente, in un tempo segnato però da profonde divisioni e da guerre. “La data ci unisce, la realtà ci divide”, sottolinea, ricordando in particolare il conflitto tra Russia e Ucraina e le ferite che continuano a lacerare il cristianesimo europeo.
L’Assunzione è uno dei quattro dogmi mariani della fede cattolica. Esso afferma che Maria, madre del Redentore, al termine della sua vita terrena fu presa in cielo ancora viva, in anima e corpo. Il culto si è sviluppato a partire dal V secolo, diffondendosi e radicandosi nella devozione popolare, tanto che il 15 agosto del 1483 Papa Sisto IV dedicò alla Vergine Maria la Cappella Sistina del Palazzo Apostolico Vaticano. Il 1 novembre 1950 Pio XII, avvalendosi di un altro dogma, quello dell’infallibilità papale, proclamò, con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, il dogma dell’Assunzione la seguente formula: “La Vergine Maria, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.
Nell’omelia, mons, Ferretti mette al centro l’immagine di Maria come Assunta e, allo stesso tempo, come Mater dolorosa: “Maria è assunta nel Cielo, ma sta ancora sotto la croce”, afferma, indicando nei conflitti, dalla guerra in Europa alle violenze in Medio Oriente e nelle altre aree del mondo, i tanti “crocifissi sulla terra” ai quali Maria rimane accanto.
Il richiamo è anche alla responsabilità dei cristiani di fronte alle grandi questioni del presente: le migrazioni, l’indifferenza e le disuguaglianze: “Il cristiano non ha frontiere, non ha nazione”. Da qui l’invito a una vera trasformazione culturale e sociale, nella prospettiva indicata anche da Papa Leone, con l’idea di una “pace disarmata e disarmante” e di una fraternità capace di superare i confini.
L’Arcivescovo si sofferma quindi sulle donne, troppo spesso vittime di violenze. Nel Magnificat di Maria, osserva, trova voce “il grido di tutte le donne senza nome”, quelle umiliate, sfruttate e private della propria dignità. Le “madri di Gaza, le donne migranti, le vittime della violenza, le bambine costrette al lavoro, le donne che hanno perso la vita nel Mediterraneo o nei deserti diventano così il volto contemporaneo della Mater dolorosa“.
Ma è anche il grido “delle donne costrette a soccombere nel corpo e nello spirito alla violenza cieca degli uomini: anche quest’anno a Foggia!”. Donne che il presule affida all’Iconavetere: “A lei ci rivolgiamo pregando per la pace”, raccomandando “tutte le povere donne e i poveri uomini, i poveri bambini di questo mondo” e chiedendo che l’umanità sappia ritrovare, attraverso di lei, “la strada della fraternità e della pace”.