XXVI Domenica del T.O., ordinazione diaconale del seminarista Claudio Nuzzi

Omelia mons. Pelvi, chiesa parrocchiale San Giuseppe artigiano in Foggia, 30 settembre 2018

Carissimi,
due uomini profetizzano, parlano di bene nel nome di Dio, anche se non sono stati a pregare nell’accampamento assieme a Mosè. Impediscilo – esclama Giosuè – servitore di Mosè, che risponde: sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore. Simile situazione viene descritta nel Vangelo odierno dove Giovanni, turbato, dice a Gesù «Maestro, abbiamo visto che uno scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva. E Gesù: non glielo impedite, chi non è contro di noi è per noi».

Stiamo attenti alla nostra vita di credenti, perché veniamo continuamente tentati da quella gelosia spirituale, che è tra le forme peggiori di ricchezza che attira il terribile giudizio dell’apostolo Giacomo: «Ora voi ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi» (Gc 5,1). Accogliere il Vangelo implica una relazione di amorevole appartenenza al Signore, evitando il peccato di sentirci migliori e più giusti degli altri, di avere in quello che pensiamo e realizziamo l’approvazione di Gesù, sempre dalla nostra parte.

Non è secondo il Vangelo giudicare gli altri perché non sono dei nostri, in quanto mancanti del certificato della parrocchia, del gruppo, del movimento o dell’associazione. Non sono dei nostri: lo ripetiamo noi sacerdoti, i movimenti ecclesiali, i gruppi e i partiti, le classi sociali e le nazioni. Ma chi non è contro Gesù, è con Gesù. Scegliamo, perciò, di essere di Gesù, l’uomo che non ha conosciuto barriere, costruito muri, il cui messaggio è semplice e consolante: dare un bicchiere d’acqua, cioè seminare amore, essere amici del genere umano.

Perché la gente di Chiesa è gelosa di chiunque faccia del bene? Perché pensiamo che esclusivamente noi praticanti portiamo la verità? L’autorità e il prestigio, l’orgoglio e la supponenza, l’esclusione e l’antipatia, sono di intralcio e di inciampo alla fede dei semplici. Quante arroganti discussioni tra noi, abuso di potere, programmi pastorali poco concreti e intempestivi, chiusura del cuore a chi è nella solitudine, nella tristezza e nel dolore. Spesso ci scandalizziamo…al contrario siamo noi di scandalo e le nostre comunità ecclesiali non sono più trasparenza della presenza di Gesù.

C’è da tagliare e gettar via. Occorre vigilare sul proprio agire (mani), sul proprio comportamento (piedi), sulle proprie relazioni (occhi) per non divenire ostacolo al cammino di fede dell’altro. Al contrario purifichiamo il cuore e manifestiamo la bellezza accogliente di Dio, rendendolo accessibile a tutti.

Caro Claudio, il diacono non è un impiegato o un funzionario ecclesiastico a tempo parziale, ma un  ministro della Chiesa. La sua non è una professione, bensì una missione evangelizzatrice. Vorrei che ascoltassi le voci di tanti che ci chiedono: credete veramente a quello che annunciate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete? La testimonianza della vita è diventata più che mai una condizione essenziale per l’efficacia profonda della predicazione. Che ne è della Chiesa ai nostri giorni? È radicata nel cuore della nostra gente, interpella il cuore dell’uomo? Rende testimonianza di solidarietà? È ardente nella contemplazione e nell’adorazione, come pure nell’attività missionaria e caritativa?

Anche tu come diacono dovrai dare risposte a questi interrogativi, assumendo la responsabilità di abbracciare il Vangelo, approfondirne nella fede il messaggio, con una profonda vita interiore, amarlo e testimoniarlo con le parole e le opere. «Il protomartire Santo Stefano che, come afferma sant’Ireneo, per primo fu scelto tra gli apostoli per il servizio e san Lorenzo romano che eccelleva su tutti distinguendosi non soltanto nella celebrazione dei sacramenti ma anche nella gestione del patrimonio ecclesiastico ti siano di esempio» (Paolo VI, 1967).