Intervento mons. Ferretti, Università degli Studi di Foggia, 14 maggio 2025
Il concetto di Dio a Nicea
1700 anni fa ebbe luogo il Concilio di Nicea (oggi Iznik); primo Concilio ecumenico che fu celebrato nell’omonima città, in Turchia, non lontano da Costantinopoli, sede dell’imperatore Costantino e anche del Patriarca (l’attuale Istanbul). Perché è importante oggi celebrarne l’anniversario? Il nostro mondo sta perdendo il senso di chi è Gesù Cristo. Se ne conosce sempre meno il Vangelo e si comprende poco la sua potestà Salvatrice. Molti, in particolare i giovani, dichiarano di credere in Dio ma non conoscono Gesù Cristo che, talvolta è visto come un uomo buono, talvolta come un esempio. Ma Gesù Cristo è Dio.
È “il verbo per mezzo del quale tutte le cose furono create”, “seconda persona della Santissima Trinità”. Recita il prologo del Vangelo di Giovanni “In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. Egli in principio era presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 1-4).
Per comprendere meglio tutto questo oggi vogliamo ritornare al concilio di Nicea. Non è solo la celebrazione di un anniversario, ma è anche la ricomprensione e la riproposizione della Divinità salvifica di Gesù Cristo il Signore.
𝘓𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘳𝘪𝘢𝘯𝘢. 𝘐𝘭 𝘤𝘢𝘳𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘦𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘷𝘰𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘊𝘰𝘯𝘤𝘪𝘭𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘕𝘪𝘤𝘦𝘢
Tra il 318 e il 320 il presbitero Ario, profondo conoscitore delle divine Scritture, presso Alessandria di Egitto, portò avanti una dotta predicazione sul “Figlio di Dio”. Egli fondò i suoi discorsi su alcuni testi biblici riferiti alla figura del “Figlio di Dio”:
Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine (Pr 8,22); 2. Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione (Col 1,15); 3. Divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato (Eb 1,4); 4. Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso (At 2,36).
In realtà la questione ariana sviluppò un linguaggio più filosofico (medioplatonico) che biblico. Ario pur affermando la superiorità di Cristo rispetto a tutte le altre creature, negava l’uguaglianza con la divinità del Padre: il Figlio è preesistente a tutte le creature, ma non può essere detto Dio come il Padre. Ario, infatti, non negava la filiazione del Cristo, quanto il come e il quando di questa filiazione. Ecco le sue parole:
Il Figlio non è ingenerato […]; ma per volere e decisione del Padre è venuto all’esistenza prima dei tempi e dei secoli, pienamente Dio, unigenito, inalterabile […] e prima di essere stato sia generato sia creato sia definito sia fondato, non esisteva.
In definitiva la questione ariana nega la piena divinità del Figlio (non è come Dio) ma anche la sua piena umanità (non è come le altre creature).
𝘓𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘳𝘪𝘢𝘯𝘢. 𝘐𝘭 𝘤𝘢𝘳𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘵𝘦𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘷𝘰𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘊𝘰𝘯𝘤𝘪𝘭𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘕𝘪𝘤𝘦𝘢
Anche nella mentalità del nostro tempo si possono riscontrare alcune tracce di “arianesimo” soprattutto quando si è attenti a tutti gli aspetti dell’umanità di Gesù di Nazaret, vedendo in lui un uomo eccezionale, ma si fa difficoltà, o si nega del tutto, che questo Gesù è l’unigenito Figlio di Dio, il Signore Risorto. Papa Leone XIV ha parlato nella sua prima omelia ai cardinali di “un Gesù Carismatico o superuomo” e ha aggiunto che questo non è cristianesimo ma un “ateismo di fatto”.
Pertanto lo studio del concetto di Dio nel concilio di Nicea può essere utile a ritornare alla centralità della fede che recupera la vera identità del Cristo, il Figlio di Dio, che i vangeli ci rivelano e che la Chiesa confessa nella sua professione di fede.
𝘐𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘋𝘪𝘰. 𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘳𝘪𝘴𝘵𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘪 𝘕𝘪𝘤𝘦𝘢
Il concetto di Dio definito a Nicea ha una formulazione trinitaria, tipico delle professioni di fede battesimali utilizzate dalle comunità cristiane del tempo. La chiesa professa la propria fede in Dio che è Padre, Figlio, Spirito Santo. Ma ciò che il concilio niceno sviluppa, chiarifica e definisce sono la divinità del Figlio e la sua eterna relazione con il Padre.
A Nicea, dunque, prese forma per la prima volta una professione di fede a carattere universale che poi con l’arricchimento teologico del successivo concilio di Costantinopoli del 381 rimane fino ad oggi il fondamento della fede cristiana.
Due sono gli elementi essenziali da tenere in considerazione per una piena comprensione del Concilio di Nicea: la generazione del Figlio di Dio; la consustanzialità del Figlio al Padre.
𝘓𝘢 𝘨𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘍𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘋𝘪𝘰
I padri conciliari convocati da Costantino a Nicea salvaguardarono l’ortodossia della fede minacciata dalle tesi della controversia ariana: Gesù Cristo il Nazareno, che compì il suo ministero con segni e parole, e che patì e risuscitò dai morti il terzo giorno è il Figlio di Dio generato non creato dal Padre.
Il termine utilizzato dai padri è “generato non creato/γεννηθέντα οὐ ποιηθέντα”. Dunque il Figlio di Dio generato non appartiene all’ordine della creazione in quanto proviene dal Padre, come la luce proviene dalla luce. Questa definizione che utilizza la luce come immagine di Dio è per spiegare con un esempio comprensibile al popolo una definizione teologico/filosofica che sarebbe stata invece comprensibile a pochi colti.
Si pensò anche all’acqua e alla fonte, ma si decise che la luce era esempio più immediato, in quanto la fonte dell’acqua è sempre un principio.
Il concetto di generazione definisce l’eternità del Figlio: egli non ha avuto un inizio nel tempo, ma viene dal Padre: è generato nell’eternità. Allo stesso tempo e in poche espressioni è racchiusa l’eterna relazione del Figlio con il Padre. Il Figlio è figlio del Padre dall’eternità. In altri termini il Padre non è mai stato solo, perché da sempre in relazione con il Figlio.
𝘓𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘶𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘪𝘢𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭 𝘍𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘢𝘭 𝘗𝘢𝘥𝘳𝘦
Collegato al tema dell’eterna generazione è l’introduzione da parte dei padri niceni dell’utilizzo di un nuovo vocabolo di origine filosofica per chiarire la vera divinità del Figlio. Il nuovo termine, Homousios (consustanziale) serviva per dissolvere il riduzionismo ariano che professava l’inferiorità del Figlio in quanto creazione del Padre. Il termine, pur non essendo biblico – sappiamo che era in uso anche in ambienti gnostici -, affermava che non solo il Figlio è simile al Padre, ma che è perfettamente uguale a lui, in quanto eternamente generato e partecipa della stessa sostanza del Padre. Il Concilio di Nicea, dunque, chiarisce la perfetta divinità di Gesù Cristo, Verbo fatto carne.
Nell’evento dell’incarnazione, infatti, la divinità ha agito mediante un vero corpo che ha veramente assunto, e Gesù Cristo, Verbo fatto carne, ha veramente sofferto morendo per noi, senza mutare minimamente la sua sostanza divina e la sua eterna relazione con il Padre.
𝘊𝘰𝘯𝘤𝘭𝘶𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦
L’arianesimo negando la vera divinità di Cristo, riduce il Verbo a un mero intermediario che Dio ha utilizzato per relazionarsi agli uomini e mette in crisi anche la mediazione salvifica di Cristo, sostanzialmente asserendo che è il Padre che salva, e non il Figlio.
Nicea definendo il dogma cristologico generato, non creato, della stessa sostanza del Padre, ribadisce anche l’istanza soteriologica di Cristo. Sulla strada tracciata dal concilio di Nicea, Atanasio, vescovo di Alessandria, difendendo la vera divinità del Verbo fatto carne così si esprimeva:
Se il Figlio fosse creatura, l’uomo resterebbe puramente mortale, senza essere unito a Dio […]. L’uomo non poteva essere divinizzato rimanendo unito a una creatura, se il Figlio non fosse vero Dio.
In altri termini il Verbo che si è fatto veramente uomo, senza smettere di essere Dio realizza la salvezza universale: il mistero dell’incarnazione è per noi, e la nostra salvezza. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore. Egli resta solidale con la debolezza umana divenendone medico delle anime e dei corpi, operando la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del peccato e divinizzando l’umanità con il dono dell’immortalità.
Nei nostri tempi la Chiesa recupera e rilancia il dogma definito a Nicea 1700 anni fa, di un Dio che attraverso Cristo, Verbo fatto carne, rivela il suo piano salvifico partecipando tutti gli uomini alla sua natura divina: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare sé stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cf. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cf. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). […] La profonda verità […] su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione».