OMELIE

Prendersi cura del povero

Omelia di Mons. Pelvi del 22-03-2021

Omelia per la Solennità di Maria SS.ma dell'Iconavetere - Basilica Cattedrale di Foggia

Carissimi,
a chi non capita di incontrare persone con lo sguardo smarrito, il capo chino, l’andatura incerta e confusa, che tradisce solitudine, paura e sconforto? Eppure, accorgersi dell’altro che ci passa accanto è un dono inatteso, una luce che si accende dentro, fa vedere oltre, al di là di sé e spinge il cuore in avanti. La vita scorre, il tempo passa, rimane solo il farsi compagnia, donare senza calcoli e rumori, fissando gli altri con gli occhi dell’amore, chinandosi verso chi è nel bisogno. In questa festosa circostanza, desidero scrutare l’abisso degli impoveriti, che provano vergogna per bollette, fitti e spese essenziali che non possono sostenere. Penso ai senza reddito e senza lavoro, ai precari e agli stagionali, alla carovana degli invisibili che subiscono il sommerso e si aggrappano a qualche ora di lavoro nero che uccide i diritti e la stessa dignità. Penso agli ammalati e agli anziani, ai bambini disabili e svantaggiati, impossibilitati a partecipare alla vita scolastica e sociale; agli adolescenti frastornati e confusi nel loro equilibrio psico-affettivo. Vorrei bussare alla porta di quelle abitazioni piccole e malsane, dove a sera si accosta il tavolo all’angolo per stendere il letto, sovrapponendo poche sedie sgangherate dove poggiare qualche contenitore di plastica per un misero corredo. Vorrei ascoltare con voi sofferenti e derelitti, per i quali la miseria economica si confonde con alcolismo, droga e azzardo, come pure di coloro che si lasciano segnare da debiti e prestiti di piccole somme, che ingannano e buttano nel ricatto della microusura e microdelinquenza. Vorrei sostare in quelle famiglie che non sanno compilare moduli per un sussidio o per accedere a servizi pubblici sanitari. La povertà non è poesia, né retorica, ma oppressione, iniquità e latrocinio. Fissandola, senza accontentarci del riassunto o delle statistiche, che sono senza carne, voce e odore. Nella nostra città vivono – o sopravvivono – persone che ogni tanto balzano in prima pagina e vengono sfruttate sino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine ci attirano. La città prima nasconde e, poi, espone al pubblico, senza pietà o con una falsa pietà. Eppure in ogni uomo respira il desiderio di essere accolto, considerato come realtà sana, perché la storia umana è sacra e richiede la più grande attenzione. Gli stessi poveri sono volti della città, non categoria sociologica e teorica, di cui si deve occupare esclusivamente la Conferenza Episcopale Italiana e la Diocesi attraverso la Caritas o la Fondazione antiusura e le parrocchie. Tutti siano veramente responsabili di tutti. L’altro è nostro prossimo, non un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non è più utile, ma compagno di strada nel cammino della vita. Inauguriamo, cari amici, la stagione del prendersi cura, una dimensione culturale che si esplicita nel dialogo costruttivo, nella vicinanza e può assumere molte forme, tutte aperte al sostegno della comunità. Ciascuno deve mettere da parte le sue esigenze e aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti alle concrete fragilità esistenziali. L’attenzione apre all’inclusione piena che sente la prossimità sino a soffrirla sulla propria pelle. Diviene impellente, così, porsi la questione se quella nostra parola sia realmente necessaria, se quel gesto potrà essere compreso, se non vi è nel nostro porci qualcosa che blocchi gli altri, che li intimidisca e ne influisca le scelte in maniera distorta. Di qui la cultura della cura, quale impegno solidale per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione a interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, al rispetto reciproco. In questo tempo, nel quale l’umanità, scossa dalla pandemia, procede faticosamente alla ricerca di un orizzonte più sereno, non perdiamo il timone della dignità della persona umana. Dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti verremo giudicati. Teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria e non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri. Non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma costruiamo una città dove tutti si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Grazie, Madre santa, di questo tuo messaggio di speranza. Grazie della tua silenziosa ma eloquente presenza nel cuore della nostra città. 
Madre dei sette veli, prega per noii
+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo